sabato 11 aprile 2009

VERSO UN RINNOVAMENTO PASQUALE

Perchè dovremmo essere contenti? Quest'anno la Pasqua arriva in un momento particolarmente difficile e, come ogni bella notizia ricevuta in un momento di lutto, ci coglie impreparati: a chi dobbiamo credere? Avremmo desiderato che la data stabilita per il giorno della Felicità coincidesse con la fine reale della crisi economica o della sua ugualmente preoccupante percezione soggettiva, con la scomparsa della micro e macro criminalità, spesso legata all'immigrazione clandestina e che a Padova sembra essersi concentrata in zona Portello. Per non pensare alle vittime del terremoto, agli sfollati italiani intrappolati nella ruota della sfortuna, schiacciati dall'abusivismo edilizio e dalla devastazione ambientale. Tutti fatti che ci tengono emotivamente ancora ben lontani dalla cantata resurrezione. Una Pasqua scritta sui calendari e annunciata dal suono delle campane, ma difficilmente applicabile alla realtà anche per chi crede e si autoconvince razionalmente che la ripresa è alle porte. Siamo ancora nella fase precedente alla resurrezione, appesi ad una croce come ad un filo, sepolti nella rabbia di un licenziamento come di un tradimento, rinchiusi dalla paura dentro le nostre pericolanti prigioni arredate. Per quanto tempo dobbiamo attendere, prima di cadere definitivamente in pasto alla rassegnazione? Come se il cambiamento sognato piombasse dall'alto e da fuori, dalla capacità persuasiva di un politico o dall'efficacia di una singola legge, dagli impegni presi dopo il G20 di Londra o dalla vittoria di un partito dopo le imminenti elezioni elettorali del 6-7 giugno.
Come se far rinascere volesse dire rianimare un cadavere in decomposizione o rivitalizzare vecchi scheletri rinchiusi nei nostri armadi. E una volta riassestata la terra di un luogo ad alta sismicità, fra quanto il prossimo terremoto?
Credere in una ripresa economica nell'era della precarietà, così come credere nella ripresa di qualsiasi routine o sentimento bloccato, non significa necessariamente riappropriarsi di un modello del passato che ha funzionato per un determinato periodo. Il rinnovamento porta con sè un superamento di vecchie logiche e un'evoluzione in termini di benessere e di qualità della vita, capaci di affrontare il male alla radice. Chi ci dice che non si tratta di invertire la rotta e ricostruire dalle fondamenta?
Secondo i racconti evangelici il Cristo risorto è irriconoscibile persino dai suoi discepoli, perchè si manifesta come presenza totalmente nuova e inaspettata: quando nessuno è bisognoso all'interno di una comunità (Atti 4,32-35). I patti di solidarietà adottati all'interno di un'azienda così come l'estrema generosità verso la popolazione abruzzese non potrebbero essere allargati a tutte le persone e le situazioni in crisi? No è Impossibile. Ma se non si crede che la resurrezione inizia su questa terra, Dio non c'è più.

LA PAURA DEL RELATIVISMO

Benedetto XVI continua a preoccuparsi del relativismo e chiama in causa il filosofo tedesco Nietzsche. "Dalla violenza al relativismo" è il titolo di un articolo di Franco Volpi apparso su La Repubblica venerdì 10 aprile e che riporterò in parte.

[...] Ed è meglio prendere Nietzsche non per le risposte che dà, ma per le domande che pone.
Primo: dopo che la storia ci ha insegnato che spesso il possesso della Verità produce fanatismo, e che un individuo armato di verità è un potenziale terrorista, vien fatto di chiedere: il relativismo e il nichilismo sono davvero quel male radicale che si vuol far credere? O essi non producono forse anche la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, quindi anche di ogni religione? E allora non veicolano forse il rispetto del punto di vista dell'altro e dunque il valore fondamentale della tolleranza? C'è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo.
La sua critica della mentalità e della morale "del gregge", la sua difesa di quello che potremmo definire un "diritto all'eccellenza" è un tentativo di superare la sterilità della semplice proibizione, dell'abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. E consiglia perciò un atteggiamento "creativo" che dia alla vita tutta la sua pienezza, analogo a quello dell'artista che imprime alla sua opera una forma bella.
Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma nonn è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell'uomo occidentale è sempre più paganizzata.

La relatività credo stia alla base della felicità. Il fanatismo, il fondamentalismo, la chiusura a qualsiasi novità stanno invece alla base della tristezza. I famosi vecchi saggi esprimono serenità proprio per saper guardare la realtà con occhi tolleranti, senza esclusioni o irrigidimenti. Nel giorno imminente della Felicità, della Gioia per la resurrezione, la sfida rimane come raggiungere la nostra felicità, più che gioire per le felicità altrui. Una felicità che passa necessariamente attraverso le croci, che però possiamo ridurre togliendo quelle che ci auto-assegnamo inutilmente.

giovedì 9 aprile 2009

AGENDA

-In questi giorni celebrerò la Pasqua nella comunità di Sasso di Asiago, assieme ad un gruppetto di bambini, ospite da don Marco Gobbatti.

-Venerdì 17 aprile, la compagnia teatrale di Mortise "Il dono", della quale faccio parte, presenterà alle ore 21 una commedia intitolata "CONDOMINUS", presso la sala "Pertini" del Centro commerciale La Corte. Il tema è molto attuale e riguarda i rapporti tra le persone all'interno di un condominio. Se anche Gesù fosse coinvolto nelle dinamiche quotidiane di un qualunque condominio di quatiere popolare, come si comporterebbe?

-Giovedì 23 aprile, presso il ristorante "Antica Voglia" di Saletto di Vigodarzere (PD), ci sarà una cena di solidarietà per raccogliere fondi per un progetto in Camerun, a favore del villaggio di Ngambè-Tikar. Inoltre sarà l'occasione per conoscere i partecipanti del viaggio in Camerun dal 31 maggio al 15 giugno 2009. Per le adesioni telefonare al 329.1746567

PASQUA

La Pasqua è la celebrazione della passione-morte-resurrezione di Gesù di Nazareth.
Passione: il verbo latino pati significa soffrire. La sofferenza più grande per Gesù è stata la solitudine, l'abbandono da parte dei suoi amici. Nello stesso tempo, con grande umanità, ha accettato con serenità che non si può "cambiare" immediatamente una mentalità fondata sull'egoismo, sui propri interessi, su una religione che rende schiavi. Ancora oggi, la nostra mentalità fatica a conformarsi secondo l'ottica evangelica. Come mai?
Morte: Gesù non è morto, ma è stato ucciso. Non è stato schiacciato dalle macerie di un terremoto ma è stato prima condannato dal popolo e dalle loro guide ( politiche e religiose) e poi ucciso appeso ad una croce, pena prevista per i sovversivi, i rivoluzionari politici del tempo.
Resurrezione: La resurrezione rimane un mistero della fede. Non è rivitalizzazione di un cadavere ma presenza viva e profondamente nuova. Ogni comunità cristiana cerca di raccontare questo fatto straordinario secondo la propria esperienza e la propria fede. Non esistono prove scientifiche! Secondo gli Atti degli Apostoli la prova della resurrezione di Cristo si ha quando nessuno, all'interno della comunità, è bisognoso. Ne abbiamo di strada da fare!
La Resurrezione inizia su questa terra. Non è una realtà che interessa i morti.
Resurrezione è rinnovamento, rinascita, evoluzione. Conversione, cambiamento, ricostruzione. Tutto ciò che ha a che fare con la vita nuova, intesa non come riappropriazione di un vecchio modello ma come ricerca di un non-modello che possa educare alla libertà e alla responsabilità. Gli alberghi a cinque stelle offerti provvisoriamente agli sfollati dell'Abruzzo non avranno mai il prezzo di un misero rudere ricostruito a casa, nella terra dove il loro spirito ha messo le radici.
Dalle schiavitù, dalle dipendenze, dai fallimenti, dai sensi di colpa... Ognuno conosce le proprie urgenze, il cammino di liberazione da intrapprendere, che spesso dura una vita. Questa è pasqua!
Auguri a Tutti di cuore.

LE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Svegliarsi al mattino sani e sdraiati sul proprio letto non è così scontato, lo abbiamo pensato dopo aver visto le drammatiche immagini del terremoto che ha raso al suolo un'intera città. “Perchè proprio a me? - risuona incessantemente nella mente dei supestiti feriti, dei familiari delle vittime, dei migliaia di sfollati – cosa ho fatto per meritarmi una simile tragedia?” Domanda lecita che assale istintivamente chiunque non riesce a darsi delle risposte convincenti sull'accaduto. Purtroppo (per noi!) non sempre si può assistere come spettatori a fenomeni come lo tsunami in Indonesia o l'uragano Katrina negli Stati Uniti, prima o poi tocca anche a noi dividerci le responsabilità di appartenere a questo pianeta. Piuttosto dovremmo chiederci quale cultura del territorio è presente nei programmi di chi vuole dirigere un Paese, ma per il momento siamo concentrati a conoscere con precisione il numero dei morti e dei feriti in Abruzzo. Tra il suono delle sirene e l'impegno di molti volontari, lo sciame sismico continuerà, per molti giorni, a riassestare l'equilibrio mentale dei sopravvissuti, tra mille perchè e altrettanti sentimenti di disperazione. Il terremoto era stato preannunciato da un profeta di sventura: amara consolazione per chi ha perso tutto e deve ricominciare da zero. I soccorsi sono arrivati da tutte le regioni d'Italia manifestando una profonda solidarietà: fino a quando i 17mila senzatetto non riavranno una casa propria e potranno tornare alla vita “normale”?
Siamo in piena settimana santa, e abbiamo assistito in diretta alla processione di una via crucis reale che inaspettatamente si è dovuta fermare sotto le macerie della morte e dovrà passarne di tempo prima di vedere i segni della resurrezione o di una ricostruzione sociale. Castigo di Dio? Per cosa? “Siamo peggio di molti altri?” si chiederanno ancora confusi i credenti colpiti dal cataclisma. Risalendo lungo il fiume di domande prima o poi si arriverà alla sorgente: Perchè il male nel mondo? Perchè la morte degli innocenti? Silenzio. La fede vacilla. La speranza fatica a ricomporsi. Si cerca una causa, un presunto colpevole o un capro espiatorio che possa dare un senso dove senso non ce n'è. Perchè non hanno ascoltato il sismologo che aveva annunciato l'emergenza? Perchè non hanno costruito case, ospedali, scuole e chiese con criteri anti-sismici? Perchè Qualcuno dall'alto non è intervenuto? Se Dio è buono e non è intervenuto significa che non è onnipotente, se invece è onnipotente significa che non è buono. Se è buono e onnipotente significa che la sua logica non è conoscibile dall'uomo e che spetta a noi arraggiarci a sopravvivere. Con le nostre forze e la nostra buona volontà.

domenica 5 aprile 2009

IL NON MESSIA INCOMPRESO DALLA FOLLA

Qual'era il profilo della folla che ha ricevuto Gesù a Gerusalemme?
Alcune decine di persone che sventolavano rame di palma e gridavano “Osanna al Figlio di David!” Finti applausi immediatamente interrotti dal suo atteggiamento discreto, non da star, e ai loro occhi ridicolo: come fa un re a presentarsi disarmato sopra un comunissimo asino? Quale vip (very important person) è disposto a rinunciare alle comodità e sfarzosità del benessere materiale per presentarsi davanti a migliaia di fans vestito come un lavoratore qualsiasi? Aspettavano di avere un'ulteriore prova prima di rinnegarlo definitivamente e di riversare i loro voti a favore di Pilato, disposto a concedere la scarcerazione del brigante Barabba e la crocifissione del falso messia in cambio della riconferma del suo mandato. Probabilmente avevano attribuito a Gesù titoli che lui stesso non si era mai dato e che venivano continuamente contraddetti dal suo basso tenore di vita, tutt'altro che trionfalistico. Ha deluso le loro pie aspettative in un rinnovamento politico, che – secondo l'opinione pubblica del tempo - soltanto Dio, dall'alto e dall'esterno, doveva determinare. Come se lui fosse il Messia atteso, il Salvatore onnipotente che deresponsabilizza le coscienze e crea sudditanza! Anzi, le parole che uscivano dalla sua bocca e i gesti che le accompagnavano, evidenziavano una straordinaria umanità, molto lontana dalla presunzione di essere Dio, nel nome del quale ogni fondamentalismo religioso ha compiuto atroci crimini.
Un'ulteriore caratteristica che gli ha assicurato la solitudine dei numeri ultimi e degli innocenti impotenti è stata la sua totale diffidenza nei confronti delle folle oceaniche. E lo ha capito bene quando, dopo il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, la gente lo seguiva soltanto per mangiare a sbaffo. Perchè le folle si muovono con la pancia, non pensano, attirano entusiasmi passeggeri e si scelgono guide carismatiche che confermino a priori le loro non-idee. “L'uomo Gesù”, splendidamente raccontato dal biblista Mauro Pesce, coordinatore internazionale della ricerca sulla Storia del Cristianesimo primitivo, ha privilegiato gli incontri personali o con piccoli gruppi riuniti attorno ad un progetto concreto di solidarietà comunitaria. Oggi pomeriggio flotte di ragazzi invaderanno il centro storico per la consueta processione della “Domenica delle Palme” e saranno folla. Sulla piazza più calda di Padova il rito dello spritz lascierà il posto alla benedizione del vescovo Mattiazzo sui ramoscelli d'ulivo, per festeggiare il non-messia incompreso dalla folla. Di ieri o di oggi?

sabato 4 aprile 2009

PENSIERI A PELLE

Sto ricevendo alcune reazioni interessanti, scritte quasi di getto, alla lettura del mio libro "Bianco e nera. Amanti per la pelle". Di solito chi mi scrive è coivolto in una relazione clandestina "prete-donna" oppure si trova ad intrapprendere una relazione affettiva multietnica. Non sono certo argomenti semplici, e molto spesso non hanno risposte immediate. Per fortuna!
Un giovane da Milano mi confida le sue difficoltà nel tentare di capire se il rapporto con una ragazza nigeriana potrà avere un futuro, sia per quanto riguarda i risvolti familiari, sia per quanto riguarda l'onestà da entrambe le parti. Sarebbe bello sapere già dall'inizio se una storia d'amore funzionerà davvero e per sempre? Qualcuno potrebbe anche accogliere l'imprevedibilità come occasione di crescita personale: come saprò affrontare i naturali fallimenti della vita?
In ogni caso, è salutare sganciarsi dalle protezioni della famiglia d'origine per raggiungere un'autonomia, parziale se vogliamo, autonomia che però in tempi di crisi economica è sempre più difficile. Quanto costa un'affitto? In realtà non ha senso neppure considerarsi completamente autonomi, perchè vorrebbe dire non aver bisogno di nessuno, e camminare su strade che possono portare alla solitudine. Gli aiuti servono, i vincoli sono naturali, purchè non ci rendano schiavi e creino dipendenza.
Una ragazza e una madre mi raccontano il loro trauma, di vivere nella confusione di sentirsi volute bene da un prete ma nello stesso tempo rifiutate, allontanate...usate. Quanta sofferenza! Soprattutto nel non potersi confidare apertamente con amici e familiari. Storie come queste ce ne sono tantissime, perchè riguardano l'universo dei sentimenti umani, che purtroppo non vengono ascoltati e vissuti serenamente. Mi piace questo titolo: "Ti voglio bene ma ti faccio del male". Ed è quello che è successo con Gesù. La folla che lo ha acclamato "Osanna al Figlio di David" sarà la stessa a chiedere a Pilato la sua crocifissione. Amore criminale?

giovedì 2 aprile 2009

DENTE DI LEONE


"Tirare fuori i denti" nel linguaggio metaforico significa mostrare la propria determinazione, il proprio coraggio difronte ad una scelta o in mezzo ad una lotta. Il fiore che in questo periodo riempie i nostri prati si chiama "dente di leone" il quale, a differenza di altri fiori minuscoli e meno appariscenti, risalta tra il verde per il suo giallo intenso. Facilmente si nota, anche se è un fiore che non profuma. Mentre lo guardo e penso al suo nome, mi chiedo se in questa situazione di crisi generale sto tirando abbastanza fuori i denti. "Act to react", "Agire per reagire" vedo scritto sulla bacheca di un ufficio nella fabbrica dove lavoro. Chi si ferma è perduto! Certo la tentazione a mollare la presa, a rinunciare alla sfida del momento, a ritirarsi con l'aria sconfitta... è molto forte, soprattutto quando viviamo in una società che ci vuole individui isolati, incapaci di tessere relazioni costruttive, aldilà di interessi economici o meramente personali. E' difficile coltivare la speranza in un futuro migliore, in un altro mondo possibile, in una vita dignitosa per tutti.

Tirare fuori i denti, i denti da leone, agire con determinazione, senza demoralizzarsi, è utile a se stessi ma soprattutto a chi ci circonda. Affrontare le questioni non tanto con l'ottica della percezione soggettiva ma con quella dell'analisi oggettiva della realtà, ci aiuterà a trovare strategie nuove, di rinnovamento e maggior benessere. Mi rendo conto che la percezione soggettiva, comandata da mezzi di comunicazione che a loro volta sono comandati da manovre politiche, non aiuta il cittadino a vedere la realtà così per quello che realmente è. Sembra di vivere in una televisione, dove le trasmissioni sono a servizio degli spazi pubblicitari, dove manca informazione e regnano emozioni istintive e passeggere.

Tiriamo fuori i denti!

lunedì 30 marzo 2009

JOSE' MARIA CASTILLO E LE RELIGIONI

Temi come quelli che riguardano la "croce" e il "sacrificio" saranno sicuramenti trattati nelle liturgie cristiane quaresimali in attesa della pasqua. In molti di noi è presente il desiderio di conoscere, di riflettere, di confrontarsi, di porsi domande su quanto si vive e scoprire le ricadute negative e drammatiche che possono esserci attraverso il nostro vivere da “religiosi” e non da uomini che seguono un progetto straordinario di vita altra.
Queste hanno una ricaduta grave sull’umanità, sul sistema globale dell’economia, della giustizia della dignità umana. Il carissimo biblista Ortensio da Spinetoli dice “Finché ci saranno le religioni, nel mondo imperverseranno guerre e conflitti fra i popoli".
In occasione della prossima visita in Italia del famoso teologo spagnolo Josè Maria Castillo (vediamo se riusciamo ad organizzare qualcosa a Padova), vorrei riprendere un suo breve intervento.
"Le religioni da sempre fanno credere che la povertà, la sofferenza, l’espiazione ecc...
sono la volontà di Dio ma ciò è solo una strisciante strategia per giustificare il proprio potere (economico sociale e “spirituale”) “offrendo” una visione deviante di quello che è il suo volto, anche se scioccamente presumiamo di tracciarne i lineamenti, cosa per noi impossibile perché Dio appartiene alla sfera del trascendente e non può essere valutato e misurato nell’immanente, facendo una lettura antropologica di esso".
Per Castillo le conseguenze di questa, ricadono sugli uomini che si sentono sottomessi, dipendenti, sempre indegni e in colpa. La religione è la ricerca di Dio, ma il pericolo delle religioni è cercare Dio solo nel divino, umiliando l’umanità a partire da se stessi. Il volto, che Gesù ci ha rivelato è quello di un Dio che mostra il suo agire nella storia, un agire teso ad umanizzare l’uomo, percorso che lo conduce alla condizione divina, spesso Gesù nel vangelo sottolinea, che quello che conta è la somiglianza nelle azioni del vivere quotidiano, “Siate come il Padre vostro", invece inconsapevolmente l’uomo scinde le cose, fa moltissimi ed inutili gesti religiosi, come da placare un dio pagano, offrire cose per avere la sua benevolenza ma tutto questo non appartiene a Dio. Possiamo dire che in un paese dove non c’è una fede adulta c’è molta invadenza del potere religioso. Castillo si è domandato a cosa serve la fede se non si riesce a fare una
società più umana dove la gente si sente felice o almeno nella gioia?…
Quindi c’è bisogno di comprendere in cosa consiste la fede, non nell'osservanza, nella sottomissione, ma nella fiducia nel
progetto di società fraterna.

domenica 29 marzo 2009

LA PRIMAVERA DELLA CHIESA

Sono stato a Torino per la presentazione del mio libro "Bianco e nera" nella sede di un'associazione interculturale. L'incontro è stato molto interessante. Accanto a me c'era don Franco Barbero che mi ha introdotto con affetto e stima. Ho trovato persone mature, in ricerca, con uno sguardo aperto, disponibili all'ascolto e al confronto. Ho respirato un bisogno di autenticità, che spesso stenta ad essere presente nei luoghi istituzionali della Chiesa.
Sono tanti i grppi che in Italia si trovano a leggere la parola di Dio, senza gli occhiali devianti del magistero, ma nella mia città e più in generale nel mio Veneto bigotto, la strada è ancora lunga.
Però sento che vale la pena continuare ad insistere su questo punto, affinchè sempre più persone riescano ad aprire gli occhi, a pensare con la loro testa, alla luce del loro vissuto, in un continuo atteggiamento di dialogo e di confronto, anche critico se serve. Credo in una fede comunitaria non perchè obbediente e sottomessa a dogmi contingenti, ma perchè costruita insieme alle persone che si pongono con onestà davanti a Dio, agli altri e soprattutto a se stesse. Credo in una fede incarnata nella vita, fatta di economia e di politica, di cultura e di scienza, di relazioni e di cose.
Sento, percepisco dei piccoli germogli di speranza dentro questa chiesa in crisi. E' la resurrezione delle persone che conta e non tanto quella di una struttura che difficilmente è riuscita a liberare le persone dalla morte. E' la resurrezione delle persone che conta...

martedì 24 marzo 2009

LA MORTE INEVITABILE DI MONS ROMERO

Le morti precoci, tremendamente inutili e facilmente evitabili, come quelle delle due ragazze uccise dalla calca festante nello stadio Dos Coquerios di Luanda durante l'incontro di Benedetto XVI con i giovani dell'Angola, ci provocano rabbia. Ci sono anche non-vite che, in alcune circostanze e per alcuni partiti, valgono più di altre vite, come mi è parso di capire dalla recente vicenda di Eluana Englaro. E ci sono morti precoci inevitabili che rendono quella persona più viva che mai, come le morti dei grandi profeti come Gesù o Gandhi. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno!” Così si è espresso Mons. Oscar Romero, vescovo di San Salvador, quando sentiva che la sua vita era in grave pericolo. Ventinove anni fa, il 24 marzo del 1980, “il martire latinoamericano per antonomasia”, venne infatti ucciso da un sicario mentre celebrava la messa feriale. La sua colpa è stata quella di essersi intromesso negli affari perversi di quel governo, predicando una liberazione non soltanto spirituale ma anche fisica, reale. Passano gli anni e il suo esempio non tramonta, perchè il martirio ha reso spaventosamente credibile ed efficace la sua parola. Mons. Romero rimane un “simbolo emblematico” non solo per l'opzione fondamentale dei poveri ma soprattutto per le sue posizioni conflittuali nei confronti del potere dello Stato e di quello del Vaticano.
Nelle nostre città della “tolleranza zero”, delle “classi ghetto” e delle ronde fai-da-te, la voce fioca e insicura della Chiesa istituzionale a favore dei più deboli fatica a diventare prassi comune per i suoi fedeli. Come l'arcivescovo Romero riuscì a istituzionalizzare l'opzione per i poveri nella sua chiesa locale, rendendola da scelta personale, meramente individuale, a scelta comunitaria di tutta una Chiesa locale, così sarà indispensabile elaborare e avviare specifici progetti con itinerari pastorali adeguatamente strutturati per le comunità parrocchiali in vista di una presa di coscienza collettiva e di un radicale risanamento etico, alla luce della profezia biblica e del magistero sociale.
L'inconprensione e l'ostilità da parte di Giovanni Paolo II nei confronti del vescovo di San Salvador, la volontà da parte degli organi vaticani preposti a non ricorrere alla sua causa di beatificazione, lo rendono un santo popolare senza particolari onorificenze, proprio come i poveri della sua terra ai quali ha donato la vita. Mons Romero rappresenta dunque il simbolo dell'inconciliabilità tra due modelli di Chiesa, quello della Chiesa istituzionale e quello della Chiesa della Liberazione, la Chiesa come “movimento di Gesù”. L'eterno e attuale dibattito, che morti evitabili e morti inevitabili mantengono acceso nella mente di praticanti in crisi e di cittadini laici.

lunedì 23 marzo 2009

IL PREZZO DELLA VISITA DEL PAPA IN ANGOLA

Ricordo i mega concerti di Michael Jackson di alcuni anni fa' quando alcune fans cercavano a tutti i costi di scavalcare le transenne e di avvicinarsi il più possibile al palco dove il loro idolo si esibiva, magari per incrociare il suo sguardo o semplicemente per ammirarlo da vicino, strappandosi i capelli e lanciando mazzi di fiori. Questa volta è il papa a diventare un idolo, la cui presenza sembra far dimenticare al popolo africano le normali regole della sopravvivenza: non calpestarsi l'un con l'altro, sotto il sole cocente. Soprattutto quando nessuna multinazionale ha il vantaggio di regalare bottigliette d'acqua in cambio della concessione di stampare il proprio marchio sui gadget dell'evento.
Dopo la visita in Camerun, l'incontro a Luanda tra Benedetto XVI e i giovani dell'Angola ha lasciato le sue tracce, non tanto per i discorsi sui preservativi o sull'aborto ma per i primi effetti che la folla accalcata, tra l'arsura e l'emozione, ha provocato: due giovani vittime dichiarate e una ottantina di feriti. Non era la prima volta che episodi del genere accadevano durante una visita del pontefice in Africa, da quando Giovanni Paolo II ha inaugurato questa forma di evangelizzazione. Ma forse è il normale prezzo da pagare perchè la religione cattolica non perda fedeli, soprattutto nei Paesi in continua crescita demografica e più soggetti a proposte religiose alternative, tra cui quella dei movimenti pentecostali o delle altre confessioni cristiane. Un prezzo talmente irrilevante che non conta difronte alle migliaia di vittime innocenti per la fame, per la guerra e per l'aids! Mentre Benedetto XVI – all'oscuro ancora di tutto - richiamava l'attenzione dei giovani ad opporsi con decisione alla stregoneria e agli spiritismi, “credenze che talvolta comportano persino sacrifici umani”, due ragazzi si stavano immolando davanti al massimo esponente della religione alla quale si sono convertiti.
La scenografia dello stadio Dos Coqueiros di Luanda potrebbe rimandarci agli episodi di violenza che hanno caratterizzato alcune partite del nostro calcio moderno, ma gli occhi della folla questa volta non erano concentrati sui movimenti di un pallone bianco ma su un uomo vestito di bianco e “venuto da molto lontano”, come ha cantato Minghi riferendosi a Karol Wojtyla. La forma dell'oggetto cambia, ma il colore è lo stesso e richiama alla mente il ruolo del bianco nella storia del popolo nero. Quando al colore della pelle dominante si aggiunge il credo della religione dominante il popolo schiavo per eccellenza continua ad abbassare il capo e accettare la sottomissione. Forse per quel senso di inferiorità che è stato trasmesso loro e al quale continuano ad obbedire. Forse perchè non vogliono sentirsi da meno dei loro fratelli italiani che si vantano di avere il Vaticano in casa, nonostante le presenze all'Angelus domenicale stiano diminuendo drasticamente.

N.B. I sacrifici umani che - secondo il papa - avvengono nelle religioni tradizionali africane saranno sicuramente inferiori rispetto alle morti che la religione del mercato moderno provoca alla popolazione mondiale. Per non parlare dei "semi del suicidio" che in India hanno causato migliaia di vittime, oppresse dai debiti del neocapitalismo. Il fondamentalismo islamico, la rivendicazione israeliana, l'accettazione rassegnata delle ingiustizie da parte della religione cattolica... sono tutte credenze che spesso comportano persino sacrifici umani.

venerdì 20 marzo 2009

JOSEPH RATZINGER E PAUL BIYA

Ho visto parecchie volte la reggia di Paul Biya, da più di 25 anni inspiegabilmente presidente della Repubblica del Camerun, dove in questi giorni il papa Benedetto XVI è approdato in visita apostolica. La sua foto è appesa ovunque, non solamente all'entrata degli uffici pubblici ma anche delle discoteche, luogo molto frequentato dagli africani. Ma la maggioranza dei camerunesi non è d'accordo con il capo dello Stato, che fa esattamente quello che vuole: l'ultima modifica alla costituzione è stata effettuata proprio un anno fa, contro il volere del popolo camerunese. Il sociologo Pierre Titi Nwel ci ricorda che “negli ultimi due mesi, il governo ha tagliato l'acqua agli abitanti della zona di Mvolyé (Yaoundé), dove si è recato il papa, con il pretesto che bisognava sistemare il luogo per la visita”. Nel discorso pronunciato proprio a Yaoundè Benedetto XVI ha affermato: “Di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all'abuso di potere, un cristiano non può rimanere in silenzio”. Parole sacrosante ma ancora troppo diplomatiche e generiche, se pensiamo che sono uscite dalla bocca del pontefice in risposta al discorso di benvenuto del presidente Paul Biya, primo responsabile di un governo che non ascolta le proteste della gente e non utilizza le molteplici risorse per lo sviluppo reale del Paese. Come il ricco Zaccheo alla vista di Gesù è sceso dal sicomoro e ha deciso di restituire ciò che aveva rubato e di darlo ai poveri, speriamo faccia altrettanto Paul Biya, soprattutto non ostacolando l'iter democratico delle prossime elezioni nel 2010 e ritirandosi definitivamente dalla scena politica.

Se da una parte il Camerun, similmente a quanto accade per molti stati africani, spicca a livello internazionale per il grado elevato di corruzione, dall'altra, come giustamente ha evidenziato Ratzinger, gode di una situazione pacifica, soprattutto al nord dove cristiani di differenti confessioni, musulmani e vuduisti convivono tranquillamente. Nonostante i pronunciamenti ufficiali del pontefice, che ribadiscono la superiorità della religione cattolica rispetto agli altri credi, abbiano provocato dibattiti accesi, “a Ngaounderè - così mi ha spiegato il pastore luterano Martin, nell'estate del 2007 – la gente professa liberamente la propria fede e rispetta quella degli altri, con grande civiltà”.

martedì 17 marzo 2009

IGNORANZA PIU' CHE RAZZISMO

Noi veneti non siamo razzisti! Siamo piuttosto impreparati culturalmente e tecnicamente a gestire il fenomeno complesso dell'immigrazione e della multietnicità. Non siamo neppure così cattivi da negare un gesto di solidarietà a chi ne ha veramente bisogno. Sempre di corsa, lavoratori instancabili, con un forte senso del dovere.
Ma siamo stanchi e delusi del nostro stesso modo di comportarci nei confronti dello straniero. Finora lo abbiamo trattato come povero e come inferiore. Ci siamo prodigati a offrirgli assistenza, credendo di trasmettergli autonomia. Con un piatto caldo alle cucine economiche e un corso di italiano nella sede di un'associazione pensavamo di integrarlo nella nostra civiltà. Adesso ci siamo accorti che l'assistenzialismo non basta più e che occorre usare le maniere forti.
Probabilmente abbiamo sbagliato sin dall'inizio, quando abbiamo accolto i primi immigrati con quella mentalità del salvatore, che separa i fortunati dai bisognosi, gli avanzati dagli arretrati. E il gioco ormai era fatto! Bastava chiedere e tutto veniva dato, gratuitamente e abbondantemente.
Ma se all'inizio si dava con il sorriso adesso si butta addosso con la rabbia. Non vediamo un riscontro, un segno di riconoscenza per le fatiche fatte. E per di più non si può tornare indietro e ricominciare: viviamo concretamente in una città multietnica.
Non ci resta che sforzarci di conoscere. E capire che un medico di colore non è lo stesso che vende accendini in piazza o che spaccia in stazione. Che una giovane rumena laureata non è la stessa che assiste l'anziano in casa di riposo o che lavora sulla strada. Che una ricercatrice marocchina non è la stessa che pretende di fare la spesa gratis davanti allo sportello della Caritas. Conoscere e capire. Leggere e viaggiare. Guardare oltre il proprio naso e ascoltare non soltanto la propria pancia. Non ci resta che collaborare tutti insieme, padovani e stranieri, italiani e immigrati, per un rinnovamento del sistema giudiziario, che parte dalla nostra testa e arriva fino al Governo centrale. Se i “maestri” non praticano la giustizia, come potranno apprenderla e praticarla i loro alunni?
Sono semplici regole per non generalizzare e non arrendersi. Su cento extracomunitari che suonano il campanello di casa nostra per venderci un paio di calzini potrà essercene uno, soltanto uno, che vuole chiederci un'informazione o che deve consegnarci un pacco importante. Vale la pena affacciarsi al balcone e rispondere, poi ognuno farà le sue scelte.

domenica 15 marzo 2009

LIBERATI GLI OSTAGGI

Il vicentino Mauro D'Ascanio, l'infermiera canadese Laura Archer, un coordinatore sanitario francese, Raphael Meonier, e un altro dipendente sudanese, Sharif Mohamadin, erano stati prelevati mercoledì sera con un'irruzione armata nel presidio sanitario di Medici senza frontiere di Serif Umra, a 200 chilometri dal capoluogo del Nord Dafur, El Fasher.
Ora sono stati liberati e stanno bene. A loro vanno tutta la nostra gratidudine, la nostra riconoscenza e stima per quello che hanno fatto.

mercoledì 11 marzo 2009

SE ELUANA POTESSE PARLARE...



Cari amici/che,
Vi ringrazio per tutto il bene che mi avete voluto. Per i fiori, le candele, i messaggi, l'affetto espresso in mille modi.
Ringrazio il mio caro papà Peppino che per 17 anni ha vissuto dignitosamente il mio Calvario. Grazie, per il tuo coraggio, la tua onestà, la tua etica.
Dico “grazie” alle suore misericordine che tante cure mi hanno prodigato.
Ringrazio tutti i movimenti per la vita, anche quelli cattolici, per aver fatto di me una bandiera per tutelare la vita “dall'inizio al suo naturale tramonto”.

Però, però... adesso che vedo le cose nella luce, senza veli né squame di fanatismi e fondamentalismi, vorrei esortarvi a vedere le cose da un altro punto di vista.
A coloro che hanno fatto di me una campagna “per la vita”;
a coloro che hanno organizzato e partecipato a fiaccolate, veglie notturne, sit-in, battaglie politiche e religiose, a tutti voi che siete stati in ansia attorno al mio capezzale, mi viene da dire:
sorelle e fratelli, se vi sta proprio a cuore la VITA (“dall'inizio al suo naturale tramonto”), perché non fate la stessa campagna per quei milioni e milioni di bambini ai quali viene impedito di vivere non perchè gli hanno staccato il sondino dell'idratazione e della alimentazione, ma per molto meno? Forse che la mia vita vale più della loro? Perché non lottate perché gli venga riconosciuto il diritto minimo vitale ad un pezzo di pane?
Perché non fate ogni notte una fiaccolata per loro? Magari davanti al palazzo di vetro (ONU), oppure davanti al palazzo d'ogni governo, oppure davanti al Vaticano? Se gridaste almeno quanto avete urlato per me (sui media, in parlamento, nei TG), non sarebbe una buona maniera per scuotere la coscienza del mondo, svegliare le religioni?
Se amate la VITA sul serio, come dite, perché non chiamate per nome i “boia, gli assassini”, (non mio padre!), che per omissione, per omertà globale, “uccidono” tanti bambini con le armi della fame, della denutrizione, della dissenteria, dell'AIDS?
Per loro non c'è bisogno né di sondini né di costosissime macchine speciali, ma solo di buoni piatti di riso e di pastasciutta.
Un dubbio vi rilancio dalla mia nuova Vita: perché mi avete costretta a vivere mio malgrado per 17 anni, sottraendo, rubando agli affamati quello che spettava loro, non a me? Mi avete riconosciuto un diritto o un sopruso? Perché mi avete ridotto a vegetare?
Forse perché sono nata a nord del mondo la mia vita vale di più di quella di chi nasce a sud del mondo? Ma allora il fatto di essere bianca e cristiana è un privilegio o un castigo?
Care sorelle, voi, le “misericordine”, invece di curare dei morti, perché non correte a liberare dalla morte ingiusta e prematura tutti i bambini condannati a morte da tanta ignavia globale? Hanno meno diritto di tutti coloro come me, che sono condannati al supplizio di vivere ad ogni costo? Giorno e notte con aghi, sondini, marchingegni. Altro che accanimento terapeutico... è un accanimento di morte.
Qui, nella nuova vita, le vittime della denutrizione e delle guerre, continuano ad urlare: “Se sondini e macchinari sofisticati per il nord del mondo sono mezzi ordinari per vivere, perché per noi non vale lo stesso principio, quando ci accontenteremmo di molto meno? Avete forse diviso il mondo nella razza del nord e in quella del sud? Ieri si celebrava la razza ariana, oggi quella primo-mondiale? Ci sono popoli che, per il solo fatto di trovarsi per caso nell'emisfero nord del mondo, hanno più valore di quelli del sud del mondo? Sprecate sono le vittime della seconda guerra mondiale se abbiamo ancora a che fare con super-popoli, che si permettono quello che vogliono alle spalle dei non-popoli del sud del mondo? Che cosa è proprio naturale: la nostra morte per fame o il vostro vegetare grazie a un sondino del tutto artificiale?
Suvvia! Non potete neppure giustificarvi con quelle parole che continuano a scendere dai Calvari collettivi di oggi (favelas, baraccopoli, Gaza, Darfur, ecc.): “Padre della Vita, perdona loro, non sanno quello che fanno...”. Ma come? Con tanta teologia, tanta biotecnologia, tanta... non sapete far vivere i bambini che nascono per morire a causa di inezie come l'acqua potabile? E voi, “dottori della legge”, voi che vi fate chiamare “padri”, come fate a non sapere che un vero padre prima si preoccupa di dare da mangiare ai figli e poi, se ne avanza, mangia lui?”.
“Lasciateci andare...”, dicono più di 2.500 creature in stato di coma permanente, “non fateci vegetare ad ogni costo. C'è il diritto di vivere ma anche quello di passare a miglior vita. Se volete proprio fare i kamikaze per la vita, fatelo per i bambini che in Africa sono condannati a morire di AIDS o di fame solo perché viene negato loro una medicina, un piatto di cibo, un bicchiere d'acqua potabile”.
Per favore: non dite a mio padre che è un assassino, un boia. Questo sì che mi farebbe morire una seconda volta.
E a te, reduce dalla missione, a te condannato a fare da becchino ai “bambini nati per morire”, proprio loro ti mandano questo messaggio: “ Aveva ragione il Cristo a dirci: “Beati voi che piangete, perché riderete in eterno”. E' proprio vero: oggi ce la ridiamo dei politici prepotenti e anche dei prelati onniscienti, che impongono con la forza della legge civile ciò che non hanno saputo trasmettere con la forza dell'amore”.

(di Fausto Marinetti, dal Brasile)

lunedì 9 marzo 2009

PREPARAZIONE AL VIAGGIO

C'è ancora qualcuno che desidera aggregarsi al gruppo per venire in Camerun dal 31 maggio al 15 giugno 2009?

Il prossimo incontro, previsto per domenica 15 marzo alle ore 16, si svolgerà presso il centro culturale ZIP, via IV strada 3, a Padova (zona industriale).

Non sarà un viaggio impegnativo, faticoso... sarà un viaggio intenso ma anche divertente. Ci sarà la possibilità di conoscere uno stato africano e di incontrare la gente, di contemplare le meraviglie della natura e di ballare al ritmo della musica.

Molti luoghi comuni e pregiudizi etichettano l'Africa come un continente pericoloso, ricco solo di malattie e di serpenti velenosi. Eppure di bello e sicuro non esistono soltanto quei quattro villaggi turistici che di africano hanno solo le palme! Il viaggio che stiamo organizzando è ormai alla sua terza edizione e ha sempre superato le aspettative dei precedenti partecipanti.

Fede & Eliot

IL TEOLOGO SOTTO L'ALBERO

(...parte di un'intervista a Jean Marc Ela, teologo e sociologo del Camerun, ha lavorato per quattordici anni tra la popolazione kirdi del nord del Camerun, portando il messaggio di liberazione del Vangelo. Un lavoro che ha dato fastidio al potere e che lo ha costretto all’esilio in Canada dove è morto alcuni mesi fa)
Jean Marc Ela, lei è diventato teologo dopo aver fatto una tesi su Martin Lutero. Che cos’ha significato ciò per lei, e cos’è un teologo africano?
Il teologo africano deve cercare di comprendere come altri cristiani hanno tentato di leggere la Bibbia. La Riforma ha avuto luogo in un contesto storico in cui la chiesa aveva bisogno di un’innovazione profonda, che arrivasse alla radice delle cose. E la radice è il rapporto con Dio nella fede; ciò che Lutero ha voluto fare è restaurare la sovranità di Dio. Tutto il suo sforzo consiste nel dire: “Lasciate che Dio sia Dio”.
Questa preoccupazione fondamentale mi ha aiutato ad operare una sorta di rivoluzione copernicana a partire dal contesto africano. Il teologo africano che ha lavorato sul pensiero di Lutero non può non sottomettere a un libero esame il rapporto tra l’uomo africano e il Vangelo in un contesto storico in cui tutto il peso dell’Occidente grava su questo rapporto. Per me il teologo africano deve parlare di Dio a partire dal luogo dove la Parola di Dio ci trova. Questo luogo è l’Africa stessa, tenendo conto delle sfide delle nostre società e della tragedia della nostra storia. Dopo anni ho preso coscienza che l’Africa è un vero polo di rivelazione, un luogo dove Dio parla alla chiesa e al mondo.
Ho preso coscienza dell’insignificanza del cristianesimo occidentale per l’uomo africano. Questo cristianesimo è integrato a un sistema di dominazione nel quale Dio rischia di essere catturato dalle forze che ci opprimono. Ora bisogna che Dio sia Dio, e perché lo sia bisogna che Dio sia liberato da questa schiavitù.
La mia teologia prende come punto di partenza il fatto che il Vangelo non può essere realmente una forza di liberazione se non lo si libera dal cristianesimo occidentale, fondamentalmente associato a un sistema di dominazione dopo la conversione dell’imperatore Costantino.
Si ritrova questo virus imperiale nell’ossessione dell’autorità in seno al cattolicesimo romano.

Come si può fare una lettura africana della Bibbia?
La Bibbia deve essere considerata come il racconto di una liberazione da Mosè fino a Gesù Cristo, che è venuto nel mondo per liberare i poveri e gli oppressi. La sfida della povertà e dell’oppressione è al centro della Rivelazione. È per questo che la nostra teologia non può che essere una teologia della liberazione. A questo riguardo, l’Africa appare come uno dei luoghi della terra dove la creazione geme in attesa della liberazione.

In che modo lei, da teologo, ha operato in Africa?
Il mio lavoro tra i kirdi del nord del Camerun consisteva nel mettere le persone nella condizione di organizzarsi per uscire da ogni situazione di povertà e di oppressione in cui vivevamo. Ho tentato di risvegliare le coscienze delle persone sulla loro situazione, di condurle a riunirsi, a organizzarsi, a creare delle comunità. E all’interno di queste comunità formavo dei leader che potevano essere il motore del cambiamento. Un lavoro che doveva partire da cose molto concrete: mi occupavo essenzialmente di terra, d’acqua e di miglio. Quella gente vive in montagna, dove la terra è stanca e di esaurisce. E nelle aree pianeggianti molti contadini sono senza terra. Così ogni anno bisogna prendere in affitto dei campi dai grandi proprietari terrieri. Lo stesso vale per l’acqua… C’è poi un problema di tipo di colture: condurre la gente ad interrogarsi sul ruolo che devono avere le piante per l’alimentazione in un sistema agricolo incentrato sul cotone al quale sono dedicate le terre migliori. Per fare ciò di organizzavamo seminari di riflessione, ma anche corsi di formazione e di alfabetizzazione.
Ma i capi tradizionali, i notabili e le autorità amministrative non apprezzavano il mio lavoro. Mi rimproveravano di aprire gli occhi alla gente. Per quattordici anni ho continuato a farlo, poi me ne sono dovuto andare per le persecuzioni appunto a causa del messaggio che diffondevo.

Lei appartiene a quella che si chiama la teologia della liberazione applicata all’Africa. Si riconosce in questa definizione?
La mia riflessione teologica è nata nei villaggi. Precisamente sotto l’albero della palabre, dei colloqui, nelle montagne del nord del Camerun dove, la sera, m’incontravo con i contadini e le contadine per leggere la Bibbia con i nostri occhi africani. La mia teologia non è nata tra quattro mura di cemento. Non ho mai insegnato teologia in un grande seminario e nelle università cattoliche in Africa. Sono intervenuto in alcuni istituti di teologia, specie in Belgio e in Germania, ma in maniera puntuale e per condividere la mia esperienza sul terreno o per discutere sulle mie opere.
Concretamente la mia teologia è partita dalla riscoperta del Dio di cui parla una donna del Nuovo Testamento. Maria canta il Dio che nutre gli affamati e lascia i ricchi a mani vuote. Questo Dio è nello stesso tempo colui che rovescia i potenti dai loro troni.

Mi indica tre questioni prioritarie per l’Africa?
In estrema sintesi. La mia prima preoccupazione è ridare al Vangelo in Africa tutta la sua crediblità e la sua pertinenza; e ciò in rottura con il discorso teologico che si è sviluppato in Occidente. Va messa in luce la forza sovversiva della memoria del Dio crocefisso che noi dobbiamo riscoprire.
Un'altra preoccupazione è determinare il ruolo che deve essere accordato alla gioventù. Per me la gioventù rappresenta la speranza del nostro continente e non bisognerebbe che ricadesse nella storia della sofferenza che è la storia dolorosa del popolo nero. Ci vorrebbe una rottura con questa storia: un’esperienza che deve avere al centro i giovani.
Infine mi chiedo come si possa arrivare ad una civilizzazione dello stato in Africa. E dico “civilizzazione” perché lo stato è “decivilizzato” nella misura in cui è organizzato sulla barbarie. La barbarie si è imposta in Africa negli ultimi trent’anni attraverso un’economia politica fondata sulla gestione della violenza da parte di poteri che uccidono, spogliano, accaparrano e monopolizzano l’accesso alle condizioni di esistenza. È necessario passare da questa barbarie dello stato a uno stato civilizzato. Civilizzare lo stato è la grande sfida di oggi.

domenica 8 marzo 2009

FESTA PER QUESTE DONNE?

Festa delle donne. Paola è una donna, come tante, anche se purtroppo sente di esserlo a metà. Per questo le offro un bel mazzo di mimose nel giorno straordinario in cui le parole e i gesti quotidiani non bastano. Paola sta soffrendo molto perchè le sue passioni, la parte più autentica di lei deve essere inspiegabilmente repressa. Sì, anche lei si sente violentata nel giardino perduto dell'Eden. Non capisce i motivi di un tale degrado morale, la sua intelligenza è muta e insignificante di fronte a questa tragica situazione. Vorrebbe abbracciare pubblicamente il suo amato, accarezzarlo davanti ai suoi amici e parenti, mostrarlo al mondo intero. É una donna e come tutte le donne non si arrende. Persevera nella speranza di poter un giorno scalfire la corazza divina che impedisce a un ministro sacro di essere uomo. Il suo uomo è un prete, che ha conosciuto in un momento di particolare sofferenza. Si è aggrappata a lui, alle sue parole, al suo ruolo di salvatore e se ne è innamorata. Lui ci sta, incastra bene le cose, ma è affetto da sindrome della medusa, a volte si apre altre volte si chiude. A volte le promette un futuro insieme, altre volte le ricorda quella promessa di celibato fatta davanti al vescovo di Padova alcuni anni fa. E lei non riesce nè a lasciarlo nè a condannarlo, perchè lo capisce e lo ascolta. Trattata come tentatrice senza ritegno, ha perso le poche amicizie che aveva. I suoi familiari non sanno niente e non è il caso di informarli.
Paola ama di un amore clandestino, sincero ma ancora imperfetto, irregolare. Attende il riconoscimento da fuori per poter vivere la relazione alla luce del sole, senza il pericolo di ronde improvvise. É una donna e come tutte le donne attende con pazienza. E spesso attende invano. Perchè l'esito dell'eterna lotta tra la fedeltà a Dio e a se stessi e quella all'istituzione ecclesiastica e all'immagine di sè tarderà ad arrivare. Ma non per questo rinuncia ad amare, anzi ama gratuitamente il suo prete e lo ricarica per il suo ministero. Lui riscuote successo tra i fedeli e predica dal pulpito: “Dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna!” Parla d'amore ma è ancora bambino, principiante alla scuola della vita. Crede di amare Dio ma forse l'ha confuso con l'idea che ha di Lui. E Paola si sente donna a metà, nel giorno dedicato alle donne. A lei e a tutte coloro che vivono un rapporto d'amore nella clandestinità volontaria o involontaria, vanno i mie sinceri auguri.

sabato 7 marzo 2009

LA TECNOLOGIA NON E' NEUTRA

(tratto da una relazione di Raimon Panikkar)


La tecnologia non è neutra, perchè esige e condiziona il suo uso e anche il modo in cui la si deve usare. La tecnologia invece è considerata buona, anche se si ammette che è possibile farne cattivo usa.

Il discorso sulla neutralità è un discorso assiologico; consiste nel dire che né la scienza né la tecnologia hanno valore in se stesse. Non è vero. Potranno essere buone, cattive o ambivalenti, ma non neutrali. L'opinione comune tende a credere che la tecnologia sia buona, anche se è possibile farne cattivo uso. L'argomento principale si fonda su un ragionamento individualistico (che proprio per questo è molto convincente per i singoli individui): io faccio buon uso dell'aereo, del computer, della macchina, della televisione. I vantaggi per il singolo individuo sono innegabili.

La nostra tesi non sostiene ma suggerisce l'opinione opposta, e cioè che la tecnologia sia disumanizzante e quindi negativa, anche se individualmente si può farne buon uso. Per tale motivo sosteniamo non la distruzione, ma la nostra emancipazione dalla tecnologia. C'è una differenza essenziale tra technê (arte) e tecnologia. La prima, come modificazione della materia, utilizza fonti naturali di energia (macchine di primo grado): è un'invariante umana. Un martello (technê) è un oggetto buono, anche se possiamo farne cattivo uso. La seconda (techno-logia) è un'invenzione (geniale) della cultura occidentale. Uno strumento di tortura è un oggetto cattivo, anche se in casi eccezionali il suo uso può diventare buono, se si smette di utilizzarlo per la tortura.

giovedì 5 marzo 2009

I LIBRI CHE INTERROGANO

Dopo i libri di Corrado Augias "Inchiesta sul cristianesimo" e di Curzio Maltese "La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani", è disponibile in edicola quello di Marco Politi "La chiesa del no". Sono tutte riflessioni di uomini intelligenti, con un forte senso critico e una grande umanità. Non è semplice polemica, ma un servizio alla costruzione di una fede matura.

IL PIL DEVE CRESCERE SEMPRE?

Non lo so perchè!
Alcuni anni fa, economisti critici dello sviluppo economico moderno, mettevano in discusione l'equazione matematica secondo la quale ad un progressivo aumento del PIL nazionale corrispondeva un aumento del benessere della società. E il loro esempio è molto attuale!
Aumentando gli incidenti stradali aumenta il PIL. Come è possibile? Quando vi è un incremento dell'attività dei carri attrezzi e delle officine meccaniche, è stato comprato o venduto più sangue, i medici, gli infermieri e gli avvocati hanno lavorato di più... il PIL di un Paese cresce!
Il PIL ci dice che l'economia sta andando bene. Secondo gli economisti convenzionali, più il PIL è alto, meglio stiamo. Le famiglie coinvolte negli incidenti stradali si sentono meglio? Si sentiranno meglio se un economista dirà loro che a causa della loro sofferenza l'economia è migliorata? Cosa c'è che non va in questo quadro?

Adesso il mercato dell'auto è fermo e quindi il PIL è sceso, e si ha la percezione che stiamo vivendo peggio. Fino a quando continueremo a basare il nostro benessere, la qualità della nostra vita, sull'andamento del mercato finanziario o automobilistico?

Mentre parlo sono a casa, in cassa integrazione. Ma se provo ad andare aldilà del mio stipendio, mi accorgo che molte cose non vanno, che tutto questo sistema economico non funziona. Il mercato è giunto a saturazione. Forse tra qualche anno riprenderà ancora con maggior intensità la sua produzione, ma non è questo il punto. Mi chiedo piuttosto se il nostro pianeta riuscirà a contenere tutta la nostra produzione, se i rifiuti non copriranno le nostre campagne e i figli dei nostri figli avranno ancora lo spazio per correre. Non spetta a me trovare le alternative, e probabilmente sono già state pensate da anni. Solo che non riesco ad incazzarmi se non c'è lavoro... non riesco a credere nella produzione illimitata. Vorrei che rimanesse in eterna crisi la logica dell'usa e getta per lasciar spazio alla logica del riparare, del recuperare, del riutilizzare...

mercoledì 4 marzo 2009

PROGETTO NGAMBÉ TIKAR



Dove si realizza
Il “Progetto Ngambè Tikar” prende il nome dall'omonimo villaggio che si trova a 350 Km a nord dalla capitale politica del Camerun, Yaoundè. Immerso nel verde della foresta, dove abitano ancora alcune piccole comunità di pigmei, il villaggio di Ngambè Tikar è lontano più di 100 Km dalla prima strada asfaltata. La natura è generosa, offre banane, cacao, mais, ananas, i pesci sui fiumi e animali selvatici da cacciare. Non fa freddo, ci sono due stagioni, quella secca e quella delle piogge, e tutto cresce velocemente.


Quando nasce
Il “Progetto Ngambè Tikar” nasce in seguito al viaggio in Camerun nell'estate del 2007, quando un gruppo di giovani è stato accolto e ospitato per una settimana dalle famiglie di un villaggio sperduto nella foresta. Questa indimenticabile esperienza si è trasformata in un impegno a collaborare insieme per la realizzazione di un obiettivo comune che offra prospettive positive per entrambi i soggetti.


Qual è lo scopo
Lo scopo principale che anima il “Progetto Ngambè Tikar” non ha assolutamente il sapore dell'assistenzialismo, ma cerca semplicemente di sostenere attività pensate e create dagli abitanti del villaggio stesso. L'Association des Jeunes pour le Dèveloppement (Associazione dei giovani per lo sviluppo) riunisce i giovani per affrontare temi legati al futuro del villaggio, alle possibilità di lavoro in loco, all'università in città, alle problematiche che sorgono dalla relazione tra tradizione e modernità. Inoltre è presente l'Association pour l'enfance desheritee et handicapee (Associazione per i bambini disabili) che offre strumenti di sostegno a bambini colpiti da handicap fisici e mentali.


I tempi e le spese
Il disegno della struttura da costruire, è stato realizzato da un abitante del villaggio di Ngambè Tikar e cerca volutamente di rispettare l'arte locale. Essenzialità, funzionalità, semplicità. La spesa prevista, comprendente l'acquisto del materiale e la mano d'opera, si aggira attorno ai 65.000 franchi CFA (10.000 euro). I tempi di realizzazione della casa, che possono variare a seconda delle condizioni metereologiche, non dovranno superare i 6 mesi.


Come contribuire
Coloro che volessero offrire un contributo per sostenere il “Progetto Ngambè Tikar” potranno effettuare un versamento all'associazione Macondo ONLUS su bollettino postale al conto corrente n. 67673061 oppure attraverso un bonifico bancario alle seguenti coordinate: Veneto Bancafiliale di Cassola (VI) IT21 N 05418 60260 023570065869, specificando nella causale “Progetto Ngambè Tikar”. I soldi raccolti verranno consegnati, durante il viaggio, ai responsabili delle associazioni del villaggio per l'inizio dei lavori di costruzione della casa.

domenica 1 marzo 2009

RONDA ELETTORALE

A Padova è iniziata la campagna elettorale. Le ronde non sono altro che pubblicità ai partiti che si propongono come i salvatori di una situazione che, secondo i mezzi di informazione locale, sta degenerando, ma che in realtà è nella norma. Esistono rumeni stupratori, così come italiani. Ladri, delinquenti, spacciatori non hanno bandiere, aldilà di statistiche provvisorie e relative.
Lo slogan "sicurezza" è molto efficace, e ogni forma per gridarlo serve a tranquillizzare gente insicura, ma per altri motivi. Le ronde stanno diventando un ulteriore peso per le forze dell'ordine che sono già oberate di lavoro e in continua crisi di finanziamenti.
Ronde e fiaccolate anti-ronde, leghisti e no-global, la tensione continua e si basa su percezioni soggettive e contaminate da interessi personali e di partito. Padova è un mortuorio di sera, per questo motivo si notano facilmente gruppetti di stranieri che concepiscono la vita in altro modo. Non solo lavoro, non solo silenzio, non solo televisione. Siamo esseri sociali, che si realizzano nella relazione con gli altri. Ma questi, ahimè, son discorsi troppo impegnativi per chi urla: ordine! regole! pulizia etnica!

sabato 28 febbraio 2009

MARTIN, LE RONDE E LA GIUSTIZIA IN AFRICA

(pubblicato su "Il Mattino di Padova" sabato 28 febbraio)


Davanti a un african shop di via Avanzo, Martin, 26 anni, ghanese, non sembra affatto preoccuparsi dell'arrivo delle ronde, che potrebbero ulteriormente disturbare i traffici illeciti di molti abituali frequentatori della stazione e dintorni. “Non hai paura delle ronde?” gli chiedo in tono provocatorio. “Solo di Dio ho paura” mi risponde immediatamente, tenendo la bottiglia di birra in mano. La proposta di coinvolgere i cittadini stessi a sorvegliare alcune zone “calde” della propria città, in aggiunta al servizio normalmente svolto dalle Forze dell'Ordine, sembrerebbe un invito alla partecipazione e alla corresponsabilità, così come accade in molte civiltà non ancora occidentalizzate. “Anche in Africa, nel villaggio dove sono nato e cresciuto – prosegue il ghanese - le leggi vengono fatte rispettare dagli abitanti stessi. La polizia esiste, ma arriva sempre dopo, quando la giustizia è già stata fatta!”
Mentre parla, Martin apre il suo portafogli, estrae una foto di qualche anno fa e me la mostra: “Vedi, questi uomini per terra sono stati giustiziati dalla gente del villaggio perchè hanno rubato, rapito e ucciso molte persone. I loro cadaveri sono rimasti lì, sulla piazza centrale, per alcuni giorni perchè tutti, compresi i bambini, potessero capire la lezione. Chi non rispetta le leggi verrà punito. Tra loro purtroppo c'era anche mio zio”.
Rimango particolarmente scosso dal suo racconto e dai metodi educativi adottati nel suo villaggio, ma credo di intravvedere alcune differenze tra i due sistemi culturali. Nell'Africa dei villaggi, dove il bene della comunità è più importante del bene del singolo individuo, dove la famiglia non si riduce a stretti legami di sangue, lo schiaffo di un padre o le botte di un vicino di casa feriscono e insegnano di più di una manganellata del polizziotto di turno. Nell'Italia delle città sempre più multietniche, delle relazioni familiari in crisi, dell'individualismo e dello sradicamento, si è perso quello spirito comunitario tra inquilini di uno stesso condominio o residenti di una via o di un intero quartiere.
“Secondo te, da quali motivazioni saranno mossi i volontari che formeranno le ronde?” Martin abbassa la testa per qualche secondo, poi mi risponde: “Mi sento indignato dal comportamento di alcuni miei fratelli africani che hanno rovinato la nostra reputazione. Ma ho paura che la rabbia di molti cittadini padovani non porti a nulla, se non a ulteriore violenza. La vera battaglia non è tra padovani e stranieri ma tra onesti e delinquenti”. Parole saggie di un vero panafricano, che si disperdono nel vento dell'ignoranza e si confondono tra i rumori assordanti di propagande passeggere e di eccezioni che confermano pregiudizi. Se un volontario potrà dare una lezione a un immigrato incivile, potrà una maestra dare uno schiaffo ad un alunno maleducato? Martin sorride e mi saluta con una pacca sulle spalle.

giovedì 19 febbraio 2009

VIAGGIO IN CAMERUN


Lungo le strade di terra rossa...
incontrare e incontrarsi...
dal 31 maggio al 15 giugno 2009

Promotori e accompagnatori
-Federico Bollettin, scrittore e operaio, ha frequentato l'Istituto Interculturale di Montreal (Canada), collabora come opinionista per “il Mattino di Padova”, ed è membro del consiglio direttivo di Macondo ONLUS.
-Eliot Ngounou, comerunese, laureato in matematica, mediatore culturale nella Riviera del Brenta (VE), lavora come operaio al mercato agroalimentare di Padova ed è membro del consiglio direttivo di Migramente, associazione interculturale.
- Macondo ONLUS, associazione per l'incontro e la comunicazione dei popoli, con sede a Pove del Grappa (VI), reg. reg. veneto cod. VI0224, visita il sito www.macondo.it

Scopo del viaggio
Lo scopo del viaggio è, prima di tutto, quello di conoscere uno stato africano, non-raccontato dal mondo occidentale, con uno sguardo che cerca di vedere oltre la prospettiva assistenzialista.
Il Camerun gode attualmente di una situazione politica tranquilla, priva di guerre di religione o lotte civili.
Inoltre sarà l'occasione per continuare il rapporto di collaborazione con un gruppo di giovani di un villaggio per la realizzazione del “progetto Ngambè Tikar” che prevede la costruzione di una casa, sede per le associazioni locali (Association des Jeunes pour le Dèveloppement e Association pour l'enfance desheritee et handicapee).

Requisiti fondamentali
Spirito di adattamento
Sufficiente maturità relazionale
Svuotamento delle proprie verità per accogliere il “diverso” fuori e dentro di sé

Programma del viaggio
Domenica 31 maggio: Partenza da Venezia alle 9.50 e arrivo all'areoporto di Douala alle 19.25, sistemazione presso un istituto missionario francese “Procure Generale des Missions Catholiques” (+237.3422797).
Lunedì 1 giugno Visita alla città, al mercato e al porto. Incontri di carattere culturale all'università, momenti di condivisione. Douala by night.
Martedì 2 Partenza per la costa, a Limbè, e sistemazione presso l'hotel Seme (www.semebeach.com). Recapito telefonico +237.77934546
Mercoledì 3 Giornata in spiaggia, tra sabbia color nero e acqua minerale limpidissima.
Limbè by night
Giovedì 4 Camminata nei villaggi di pescatori e ritorno a Douala
Venerdì 5 Partenza per Yaoundè e intervista alla radio RTS www.cameroonvoice.com
Sabato 6 Visita alla città e partecipazione ad una festa di matrimonio
Domenica 7 Partenza per Ngambè Tikar, arrivo e sistemazione. Recapito telefonico di P. Jacques Yanga, +237.99334060
Lunedì 8 Saluto del capo del villaggio e incontro con i giovani dell'associazione “Association des Jeunes pour le Dèveloppement” per organizzare i lavori
Martedì 9 Visita all'ospedale, alla segheria e ai luoghi di disboscamento
Mercoledì 10 Viaggio dentro alla foresta e incontro con una comunità di pigmei
Giovedì 11 Vita in famiglia
Venerdì 12 Vita in famiglia e serata di festa
Sabato 13 Ritorno a Douala
Domenica 14 Verifica finale dell'esperienza e alle 22.40 partenza dall'areoporto di Douala
Lunedì 15 Arrivo a Venezia alle 9.00

Note tecniche
-Il gruppo sarà composto da 12 persone max, per facilitare gli spostamenti e la comunicazione tra i partecipanti. L'iscrizione terminerà all'esaurimento dei posti.
-Il prezzo complessivo dell'esperienza è di 1400 euro (volo + assicurazione + visto + vitto e alloggio + spostamenti interni)
-É obbligatorio il vaccino contro la febbre gialla da inserire dentro al passaporto.
-Saranno previsti 2 incontri di preparazione a Padova, tra marzo e maggio.

JEAN-MARC ELA, MORTO IN ESILIO

La morte del teologo e sociologo africano, p. Jean-Marc Ela, avvenuta il 25 dicembre scorso, non ha avuto molta risonanza se non a livello locale, in Camerun, suo Paese natale, e su qualche sito internet continentale.
Dal 1995 Ela viveva in volontario esilio in Canada (insegnava sociologia all'Università di Laval, Montreal): se fosse rimasto a Yaundé, probabilmente sarebbe stato ucciso, come il suo collega gesuita p. Engelbert Mveng, assassinato qualche mese prima da una setta segreta legata ai poteri per "impossessarsi" magicamente delle sue capacità intellettive e, fattualmente, del suo cervello.
La sua feconda opera teologica – ricordiamo qui La mia fede di africano, Il grido africano, Ecco il tempo degli eredi e Ripensare la teologia africana (sintesi sistematica del suo pensiero, del 2003) – è stata tutta tesa all'inculturazione in Africa del messaggio cristiano e alla liberazione dell'uomo africano dalla dipendenza culturale ed economica dell'Occidente.
Rimproverava alla Chiesa del suo Paese di aver adottato un modello di fede che ignora le necessità dei popoli africani. Chiamò la sua ricerca la "teologia sotto l'albero" convinto com'era che non fosse da insegnare nel chiuso delle aule universitarie, ma ad un pubblico vasto e anche illetterato.
Scompare con lui un grande studioso e un grande profeta. Egli è stato conosciuto soprattutto fuori dal suo Paese. In Camerun i vescovi gli hanno sempre tagliato la strada impedendogli di insegnare all'Università Cattolica o nei vari seminari. Visse in Camerun immerso completamente nella vita dei più poveri.
I suoi libri sono sorsate di ossigeno evangelico, una finestra aperta sull'Africa. Se n'è andato il giorno di Natale del 2008 e fino alla fine ha lavorato e studiato per l'Africa. Aveva compiuto 72 anni. I suoi libri resteranno preziosi per lunghi anni. La chiesa cattolica ufficiale che esalta gli obbedienti non ha detto una parola per un profeta di questo spessore umano ed evangelico.

Nei prossimi giorni riporterò su questo blog alcuni suoi recenti interventi.

martedì 17 febbraio 2009

LA VITA VIENE DALLA TERRA di Frei Betto

Dobbiamo cancellare molte idee dalla nostra testa. Per esempio, l'idea che noi esseri umani siamo al di sopra della natura. Un'idea che deriva da una lettura errata del libro del Genesi. Molti di noi hanno appreso a catechismo che Dio creò il mondo in sette giorni e che il sesto giorno creò l'uomo e la donna perché amministrassero quello che aveva creato nei primi cinque. Non abbiamo tenuto presente il significato dei nomi di Adamo e di Eva. Adamo significa terra, Eva significa vita. Cosa vuol dire con questo la Bibbia? Che la vita umana viene dalla terra, che non ci troviamo al di sopra di essa. Noi siamo emersi dalla creazione divina o, detto altrimenti, da 14 miliardi di anni di evoluzione dell'universo. Tutto quello che c'è nel nostro corpo in termini di atomi, i quali formano le nostre molecole che a loro volta costituiscono le nostre cellule, è esattamente uguale a quello che c'è in questa vegetazione: si tratta degli stessi atomi che costituiscono le molecole di questo palco, gli stessi atomi che compongono tutte le stelle dell'universo. Perché questo miracolo della vita di ciascuno di noi sia stato possibile, si è resa necessaria un'evoluzione di 14 miliardi di anni. In questo processo l'essere umano è recentissimo: se noi racchiudessimo l'evoluzione dell'universo in un anno, dal primo gennaio al 31 dicembre, la vita apparirebbe il 9 settembre: l'universo si sarebbe evoluto per otto mesi per generare questo miracolo chiamato vita. L'ossigeno è un gas mortale: i grandi transatlantici hanno vita breve perché si ossidano. Ma in natura è avvenuto questo miracolo: le cellule hanno imparato a trarre vita da un gas mortale. Perché è proprio l'ossigeno che ci alimenta. È come se qualcuno traesse salute dal fumare crack! E in questo processo evolutivo concentrato in un anno, la vita umana apparirebbe l'ultimo minuto del 31 dicembre, circa 8 milioni di anni fa. Il nostro problema è che noi separiamo quello che non è mai esistito separato: non c'è l'essere umano da una lato e la natura dall'altro, l'essere umano è un essere naturale.

VIOLENZA ALLE DONNE

In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per azioni terroristiche e per le contraddizioni provocate dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra. Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt'oggi immune da questo tipo di violenza. E' anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo "straniero" risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all'esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell'esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli Enti Locali e dello Stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico "silenzio del femminismo" di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell'ordine patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva. La violenza è l'emergenza più drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche diffondendo e firmando questo Appello, convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo sempre più convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà: il corpo femminile è negato con la violenza. E invece viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell'accademia, nell'informazione, nell'impresa, nelle organizzazioni sindacali. Lo sguardo maschile non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
Proponiamo e speriamo che finalmente inizi e si diffonda in tutta Italia una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell'informazione, nel mondo del lavoro, una riflessione comune capace di determinare una svolta evidente nei comportamenti quotidiani e nella vita di ciascuno di noi."
Per controfirmare l'Appello : info@maschileplurale.it

Coscienza Maschile è una esperienza promossa da Progetto "nazionale" la ragazza di Benin City, La strada delle rose (Cremona e Verona), Cattiviragazzi (Pavia); referente claudio.magnabosco@gmail.com (Aosta)

sabato 14 febbraio 2009

I MEDICI RIFIUTANO DI FARE LA SPIA

A Padova ho sentito con grande piacere che i medici e gli infermieri, di fatto, si rifiutano di segnalare alla Questura la presenza di clandestini tra i loro pazienti, secondo il recente provvedimento. E' un gesto di grande umanità. Di fronte al dolore e alla malattia siamo tutti uguali, aldilà di pezzi di carta e timbri con marche da bollo.
Sono fiero dell'ospedale civile di Padova che, in più occasioni, si è rivelato "luogo di grande civiltà". Certo, non mancano aspetti da migliorare, come le lunghe attese per una visita che portano a preferire le cliniche private, gestite dagli stessi medici dell'azienda pubblica. Ricordo un episodio di alcuni anni fa, quando un ragazzo nigeriano, Jude, è stato sottoposto a cure costosissime (risonanza magnetica per un'aneorisma cerebrale) pur essendo clandestino.
Quando vedo che dal mio stipendio vengono trattenuti molti soldi per le tasse e so che vengono spesi per questi obiettivi, allora lo accetto volentieri perchè divento sostenitore di interventi sociali dal carattere evangelico. Nella parabola del Buon Samaritano il sacerdote e il levita non si sono fermati a soccorrere il malcapitato per paura di sporcarsi di sangue e diventare quindi impuri, anteponendo l'osservanza di una legge liturgica all'obbligo di soccorso. I medici e gli infermieri di Padova si stanno comportando invece come il samaritano che privilegia il bene della persona e trasgredisce il precetto giudaico. In effetti, provenendo dalla Samaria, non era un giudeo e quindi aveva altri principi da osservare, per fortuna. Per fortuna non esistono applicazioni assolute di principi universali. Quel moribondo ha trovato la salvezza proprio perchè ha incontrato un uomo con un diverso codice civile di quello che vige nella regione dove è stato derubato e picchiato. Che strano! Ma è proprio così...

martedì 10 febbraio 2009

SOCIAL FORUM DI BELEM

Il FORUM di Belém ha avuto un indubbio protagonista: i popoli indigeni dell'America Latina, che con 44 milioni di persone e 22 macro-etnie, rappresentano il 10% del continente ispano-brasiliano. Essi ci hanno ricordato la tragica data del 1492, quando iniziò il saccheggio globale e si inventò la teoria delle razze per giustificare l'etnocidio, la tratta degli schiavi e la persecuzione operata dagli stati repubblicani, dopo l'indipendenza dalle monarchie europee (inizi del XIX secolo). I rappresentanti dei popoli indigeni hanno diffuso una nota "Lotta globale per la Madre Terra contro la Mercificazione della Vita", che contiene molte delle tematiche discusse al SOCIAL FORUM.
Ne estraggo una sintesi telegrafica, sulla quale mi riprometto di tornare con alcune considerazioni in un altro momento.
Noi Popoli Indigeni Originari pratichiamo e proponiamo: l'unità tra Madre Terra, società e cultura. Educare la madre terra e lasciarsi educare da lei. Educazione all'acqua come diritto umano fondamentale e non la sua mercificazione. Decolonizzare il potere col "Comandare ubbidendo", autogoverno comunitario, Stati Plurinazionali, Autodeterminazione dei Popoli, unità nella diversità come altre forme di autorità collettiva. Unità, dualità, equità e complementarietà di genere. Spiritualità dal quotidiano e dal diverso. Liberazione da ogni dominazione o discriminazione razzista/etnicista/sessista. Decisioni collettive sulla produzione, mercato ed economia. Decolonizzazione delle scienze e tecnologie. Espansione della reciprocità nella distribuzione di lavoro, di prodotti, di servizi. Da tutto questo produrre una nuova etica sociale alternativa a quella del mercato e del profitto coloniale/capitalista.
Apparteniamo alla Madre Terra non siamo padroni, saccheggiatori, né venditori di lei ed oggi arriviamo ad una crocevia: il capitalismo imperialista ha dimostrato essere non solo pericoloso per la dominazione, sfruttamento, violenza strutturale ma anche perché ammazza la Madre Terra e ci porta al suicidio planetario che non è né "utile" né "necessario."

lunedì 9 febbraio 2009

CERCASI TRE CULLE

Sono nate tre gemelle a Padova,
da una coppia di pakistani che,
dopo due anni di sterili tentativi,
sono ricorsi alla fecondazione artificiale.
Tra qualche giorno le neonate usciranno dall'ospedale
e andranno a vivere al Portello con i loro genitori.
Tre bocche da sfamare,
tre corpi da vestire,
tre culle da comprare.
Se avete una culla, un passeggino o del vestiario accantonato da qualche parte,
o conoscete qualcuno che potrebbe regalarlo o prestarlo,
mettetevi in contatto con me al 329.1746567,
e farete un grande gesto di solidarietà.

sabato 7 febbraio 2009

EMERGENZA DEMOCRATICA ED ECCLESIALE

Carissima/o,
siamo in piena emergenza democratica e in pieno fondamentalismo ecclesiale, con invasioni di campo indebite e dannose all’annuncio evangelico.
Sento il bisogno di collegarmi con te, come altre volte, per trovare il modo di assumere e di esprimere la nostra responsabilità cpmune.
Il negazionismo non riguarda solo la Shoà, ma nella Chiesa riguarda anche il Concilio. Può essere l’occasione buona, come ha scritto Raniero La Valle, per riaprire il Concilio Vaticano II, invece di citarlo in qualche occasione. Hai in mente una modalità praticabile?
L’affermazione assoluta dei principi, senza alcun rapporto con i limiti della nostra umanità, porta alcuni che parlano a nome e rappresentano il Vaticano ad affermare una propria ideologia di Dio, che allontana dall’annuncio del Vangelo. Gesù sempre si è incontrato con le persone in carne ed ossa presentando un Padre dentro alla loro vita quotidiana.
Per affermare in astratto il principio della vita si eliminano le persone e la Chiesa è sentita sempre più come una nemica con cui fare i conti e scontrarsi nella società. In nome del principio astratto della vita diventiamo il paradigma di un’umanità senza misericordia. È una caratteristica costante di una Chiesa dove la verità non viene fatta con amore e perdono, ma soltanto con la definizione e l’affermazione.
Come sempre Avvenire tiene i toni e rinfocola gli atteggiamenti da crociata.
Che fare? Nella generalità dei casi, anche di fronte a queste emergenze, sono poche le persone che nella Chiesa discutono, fraternamente certo, ma sinceramente, tanto meno si espongono.
Riguardo a quanto sta succedendo nella prevaricazione di Governo sento forte la necessità di essere chiaro nei confronti di chi nella Chiesa si arroga il potere di rappresentarci e far sentire non solo la preoccupazione, ma anche il chiaro dissenso e opposizione nei confronti di scelte e di leggi che si accaniscono contro i più poveri e i più sfortunati (vedi immigrati) e nei confronti di comportamenti antiistituzionali che mettono a repentaglio l’ordinamento repubblicano e che mettono a rischio la convivenza civile e democratica.
Vedi utile ed opportuno ricollegarci a stretto giro di posta?
Aiuto! Ciao.
Albino Bizzotto (Beati Costruttori di Pace)


Carissimo Albino,
condivido le tue riflessioni, la tua sofferenza e indignazione per la situazione attuale che stiamo vivendo, come Chiesa “Popolo di Dio” in Italia. È una sensazione diffusa, presente in molti credenti, in molti laici, in molti intellettuali, in molte donne e uomini di buon senso. Gli ostacoli che secondo me impediscono singoli preti, animatori e responsabili e le relative comunità cristiane ad esporsi chiaramente sulle questioni attuali che tradiscono l'autentico messaggio evangelico sono due:
1)La paura di esprimere pubblicamente le proprie idee molto spesso in opposizione alle linee ufficiali del magistero, rischiando di perdere il posto e i relativi vantaggi economici, di essere scomunicati e ridotti allo stato laicale, di perdere inoltre la stima e l'affetto di molti fedeli praticanti.
2)L'incapacità di collaborare attorno ad obiettivi comuni e condivisi, rinunciando ad ogni forma di protagonismo e narcisismo, intrisa nel ruolo di presidenza, che ci è stato inculcato da una formazione clericale.

Perchè non organizzare una marcia, una manifestazione o un'assemblea generale, un vero e proprio Ecclesia Social Forum intitolato: “L'esodo del popolo di Dio dalla schiavitù alla libertà”?
Mi son sempre chiesto perchè un Alex Zanotelli da Napoli, un Luigi Ciotti da Torino, un Andrea Gallo e un Paolo Farinella da Genova, un Albino Bizzotto da Padova e un Giuseppe Stoppiglia da Vicenza, un Vitaliano dalla Sala da Avellino e un Giorgio de Capitani da Lecco ..., non si sono mai messi insieme, con i loro amici e sostenitori?
Mi chiedo continuamente perchè le comunità ecclesiali di base, guidate da un Franco Barbero di Viottoli a Pinerolo (To), da un Enzo Mazzi dell'Isolotto e da un Alessandro Santoro delle Piagge a Firenze, da un Giovanni Franzoni di san Paolo a Roma e dagli animatori della comunità del Cassano a Napoli ..., non si mettono insieme?
Perchè i movimenti animati da Vittorio Bellavite di Noi siamo Chiesa, da Fabio Colazzina e Luigi Bettazzi di Pax Christi, da Ettore Masina di Rete Radiè Resch, da Arturo Paoli di Oreundici..., non hanno mai sfilato insieme?

Mi son sempre chiesto perchè tutte queste persone, che stimo moltissimo e che fortunatamente mantengono ancora vivo lo spirito autentico del Vangelo nella nostra Italia, parrocchia del papa, non si sono mai messe insieme almeno una volta sfilando in Piazza san Pietro? Ci sarà un obiettivo in comune, aldilà di metodologie differenti, per il quale riunirsi tutti assieme e collaborare efficacemente? Alzando la voce, se serve, e acquistando visibilità davanti all'opinione pubblica? Il rinnovamento parte dal basso, certo, ma ha bisogno oggi, più che mai, di manifestare comunitariamente i suoi germogli davanti agli occhi di molte persone sull'orlo della crisi e dell'abbandono.

Sogno una manifestazione guidata da Carlo Maria Martini e Peppino Englaro, pubblicizzata da Giovanni Avena di Adista e da Giovanni Sarubbi di Il Dialogo, da Fabio Fazio e Corrado Augias di Rai 3, motivata da biblisti come Ortensio da Spinetoli, Giuseppe Barbaglio, Alberto Maggi, Mauro Pesce, commentata dai vaticanisti Luigi Sandri e Marco Politi, sostenuta spiritualmente da Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Giovanni Vannucci, Ernesto Balducci e Tonino Bello che attendono con impazienza di risorgere nelle nostre decisioni profetiche.
E le donne? Oltre alle donne che umilmente si nascondono dietro agli uomini sopra citati e che li arricchiscono umanamente e affettivamente, chiamerei Antonietta Potente dalla Bolivia e la teologa Caterina Jacobelli.
Sicuramente ho tralasciato altri personaggi carismatici, conosciuti e apprezzati dai cristiani credenti, liberi e responsabili, di tutta Italia, ma non per questo meno autorevoli e attivi sul piano della giustizia, della libertà e della democrazia.

Mi rivolgo a chi può mettersi ancora la stola dell'istituzione e ha paura di perdere sostentamento, notorietà e stima. A loro dico: pensate al bene del popolo di Dio! Mi rivolgo a chi non può o non vuole mettersi la stola dell'istituzione e crede di non avere più autorevolezza. A loro dico: mettete da parte la rabbia e rimanete fedeli alla vostra coscienza e alla vostra autentica vocazione. Mi rivolgo a chi ha una certa età ed è sganciato ormai da anni da incarichi istituzionali e si sente forse più libero di esprimersi, a loro dico: create continuità, accogliendo quelle diversità per voi difficili da accettare. Lottare per i diritti degli immigrati, degli emarginati e dei “diversi” dovrebbe includere l'impegno ad accettare modi diversi di vivere la propria sessualità anche all'interno del ministero presbiterale. Lo dico per esperienza personale e nella fedeltà a me stesso e a Dio. In questo momento non ha più senso difendere il proprio orticello, per quanto importante ed essenziale sia. Occorre alzare lo sguardo ed unirsi attorno ad un obiettivo comune, tralasciando questioni personali, con la stessa costanza e tenacia che ha caratterizzato la battaglia di Peppino Englaro.

Fraternamente,
Federico Bollettin di Padova

giovedì 5 febbraio 2009

IDENTITA' E PLURALISMO RELIGIOSO

Alcune domande ci interpellano sempre di più:

* Che ne è dell'identità religiosa di fronte alla sfida del pluralismo religioso?
* E' possibile ispirarsi a tradizioni religiose diverse?
* Si può vivere all'interno di più tradizioni religiose?
* Quali sono le sfide che il pluralismo religioso lancia all'insieme delle varie tradizioni religiose dell'umanità?

Queste questioni aperte verranno affrontate in un seminario di approfondimento

a Casalecchio: Casa per la Pace
via Canonici Renani, 8 (ex Filanda)
Domenica 15 febbraio 2009
ore 15.00 – 18.00

condurranno il seminario:
Arrigo Chieregatti
Università di Bologna - direttore dell'edizione italiana di INTERCULTURE,
rivista dell'Istituto Interculturale di Montreal

Marco Del Corso
associazione Macondo per l’incontro e la comunicazione tra i popoli

"Come non si può ridurre la persona all'individuo, la comunità alla collettività, l'identità all'identificazione, il pluralismo alla pluralità, così non è possibile ridurre la religione all'istituzione e all'organizzazione. In sintesi, non si può ridurre la Realtà e la Vita alla razionalità, anche se quest'ultima ha un posto importante."
(Robert Vachon fondatore dell'Istituto Interculturale di Montreal)

mercoledì 4 febbraio 2009

PARADOSSI SULLA VITA E SULLA MORTE

“La medicalizzazione della società ha posto fine all'epoca della morte naturale” scriveva Ivan Illich alcuni anni fa. E continua: “Oggi l'uomo più protetto dalla possibilità di stabilire la scena della propria morte è il malato in condizioni critiche”. L'attuale paradosso al quale stiamo assistendo con insofferenza è che chi non vuole morire viene continuamente minacciato, come l'indiano di Nettuno bruciato per divertimento da un gruppo di ragazzi, o il fidanzato della ragazza molestata a Padova che è stato aggredito e pestato a sangue: “Ho avuto paura di morire”, ha raccontato alla polizia. Chi vuole morire, o meglio passare ad una vita migliore, viene volutamente ostacolato. Sia da coloro che cercano di difendere un'ideologia ormai tramontata e continuamente tradita da frasi come queste, che compaiono sui necrologi, “Ne danno il triste annuncio..., è scomparsa all'affetto dei suoi cari...”, sia da coloro che, per propaganda, rinnegano le proprie abitudini quotidiane antievangeliche. La morte, secondo l'insegnamento cristiano, non è forse il passaggio ad una nuova vita? Ricordo inoltre quello che disse la presidente di un Cav (Centro Aiuto alla Vita) ad una madre equadoregna rimasta nuovamente incinta e indecisa se continuare la gravidanza oppure no: “In nome di Dio ti ordino: non uccidere!” Chi siamo noi per parlare in nome di Dio?
Il consigliere comunale di Lecco che si è sdraiato sul cofano per impedire la partenza dell'ambulanza che trasportava Eluana, si sarebbe sdraiato sulle rotaie, quattro anni fa, per impedire ai treni di trasportare carri armati e mine anti-uomo in Iraq?
Paradossi, incoerenze, ipocrisie hanno desacralizzato il sacro silenzio che dovrebbe rivestire ogni scelta libera e responsabile, contrastata e sofferta, di vita o di morte.
Da troppi anni Eluana è già stata condannata dalla Vita a non-vivere o a sopravvivere in uno stato vegetativo permanente. Negli ultimi mesi è stata condannata dall'Autorità a non morire, proprio come un condannato nel braccio della morte di Guantanamo. Sarebbe un oltraggio per l'autorità se egli si togliesse la vita prima del termine prescritto. Sarebbe un oltraggio al delirio di onnipotenza di alcune istituzioni, perdere il controllo della vita e della morte di una persona, soprattutto se la situazione è di dominio pubblico.
La morte arriva quando meno ce lo aspettiamo, è “come un ladro” ci avvisa la Bibbia, da qui l'invito a non aggiungere giorni alla vita ma Vita ai giorni. Eluana probabilmente risorgerà in tutti coloro che hanno la salute ma non vogliono vivere, che hanno la libertà ma non se ne rendono ancora conto.

lunedì 2 febbraio 2009

IL CULTO DELLA VIOLENZA

(dall'articolo di Miriam Mafai su Repubblica del 2 febbraio 2009)

Questo non è razzismo. Forse, se possibile, è ancora peggio. È puro e semplice culto della violenza. E non si corrono rischi quando la violenza non si esercita tra bande rivali ma nei confronti di chi è del tutto indifeso. La vittima allora può essere una donna che torna a casa, da sola, una sera, o una coppia appartata nella sua macchina, o un barbone italiano o straniero che dorme per terra appena protetto da una coperta o da un paio di cartoni. Un divertimento? Pare proprio di sì, un divertimento o una emozione, esaltata dai pianti della donna violentata o dalle grida di un barbone cui viene dato fuoco, dalla sofferenza di un debole che non può reagire.
Nel nostro mondo, insomma, l'aggressività, la violenza, la forza, o per lo meno una certa dose di aggressività, di violenza, di forza vengono generalmente considerate necessarie, indispensabili per avere successo.
I ragazzi di Nettuno che hanno dato fuoco a un barbone, i giovani rumeni che hanno aggredito una coppietta, chiuso l'uomo nel bagagliaio della macchina e violentato la sua ragazza, il giovane romano figlio di una famiglia di lavoratori che "per divertisse" ha violentato una ragazza conosciuta a Capodanno, ci fanno paura, ma sono figli di questa cultura. È la nostra cultura, quella che caratterizza la nostra società, che in qualche modo abbiamo costruita, che disprezza e irride alla mitezza, alla pazienza, alla solidarietà, alla debolezza, alla sobrietà.

domenica 1 febbraio 2009

PROSTITUZIONE A PADOVA


Intervista a Diega Carraretto, presidente dell'associazione Welcome di Padova,
comunità di accoglienza per ragazze vittime della tratta.

Come è mutato il fenomeno della prostituzione negli ultimi anni?
Per quanto riguarda le ragazze nigeriane non ci sono stati grandi cambiamenti, diversamente da quanto è capitato per le ragazze che provengono dai Paesi dell'Est. I loro sfruttatori hanno cercato nelle zone rurali, in campagna, ragazze con un livello di scolarizzazione molto basso e quindi molto più fragili e manipolabili. Ad esempio a Padova sono arrivate molte zingarelle minori dalla Romania. Miseria economica e miseria culturale hanno contribuito a far perdere la percezione dello sfruttamento nella mente della ragazza stessa. Non si sente più nè schiava, nè vittima. Inoltre l'entrata in Unione Europea di alcuni Paesi dell'Est ha favorito l'immigrazione e impedito l'espulsione.
In secondo luogo è cambiata la modalità di gestione delle ragazze da parte dei loro protettori, a volte fidanzati. Piano piano la violenza fisica è scomparsa per lasciar spazio a compromessi e situazioni di divertimento e di apparente libertà, un paradiso rispetto alla condizione sociale e familiare presente nei loro paesi di provenienza! Ecco come si spiega la non accettazione da parte di queste giovani ragazze di aderire a programmi di reinserimento sociale. Questi, infatti, richiedono il rispetto di regole quotidiane che vanno a mettere in discussione il loro bisogno di libertà assoluta, presunta libertà che poi ricade in realtà nel diventare vittime della stessa, creando un circolo vizioso.
Infine si sta verificando il grande esodo dalle strade verso luoghi chiusi, con tutte le conseguenze che questo fenomeno comporta.

Cosa ne pensa delle retate e delle varie ordinanze contro i clienti?
Non sono contraria alle misure forti, anzi. Il cittadino è stanco e disperato ed è giusto ascoltarlo e rispondere concretamente al suo disagio. Purtroppo le politiche sociali sono arrivate in ritardo, anche se bisogna dire che il fenomeno della tratta legata all'immigrazione è presente da non molti anni nel nostro territorio. Dico soltanto che assieme alla forma repressiva occorre un piano sociale che tenti di ridare sicurezza al cittadino, come del resto sta già facendo il comune di Padova. Non la ragazza sulla strada ma il cittadino è il vero protagonista del proprio territorio, e come tale deve essere ascoltato e compreso nei suoi reali bisogni e disagi.
Visti i cambiamenti che continuano ad evidenziarsi rispetto al fenomeno prostituivo (da outdoor ad indoor, da percezione dello sfruttamento ad assenza della percezione con presunta contrattualità), ritengo che la sola multa al cliente non basti a dare una risposta incisiva alla situazione attuale e al bisogno di sicurezza del cittadino. Quindi, di fronte all’evoluzione del fenomeno è necessaria un’altrettanta evoluzione della modalità d’intervento delle Forze dell’Ordine e del privato sociale.

Quali direzioni dovrebbero quindi prendere le nuove misure d’intervento?
Ho appena detto che la repressione degli ultimi anni ha spostato il fenomeno della prostituzione dalla strada nei luoghi chiusi, in appartamenti situati in qualunque parte della città. Di conseguenza gli interventi degli operatori sociali e delle Forze dell'Ordine dovranno raggiungere questi luoghi attraverso forme di mediazione dei conflitti territoriali. Ascoltando nuovamente le richieste dei cittadini. Ma in questo caso sarà il cittadino stesso a collaborare e segnalare la presenza di “prostituzione sommersa” nel proprio quartiere. Non potrebbe essere l'occasione giusta per una razionalizzazione degli interventi?
Inoltre gli interventi messi in atto per aiutare queste donne dovrebbero essere visti come opportunità non solo per le donne stesse, ma anche per il cittadino, poiché la denuncia della loro situazione di sfruttamento fornisce elementi fondamentali alle Forze dell’Ordine per contrastare le organizzazioni criminali e la microcriminalità, creando una ricaduta sociale sulla sicurezza di tutti i cittadini.
Certo, tutte queste strategie sarebbero inefficaci senza una sostanziale riforma della giustizia.

Vi è un coordinamento tra i vari soggetti?
Certo. Ogni mese si riunisce un tavolo di lavoro operativo con le istituzioni e il privato sociale. Inoltre esiste già da tempo una collaborazione tra le varie associazioni attraverso la rete. Questo tavolo di coordinamento gestito dal Comune di Padova sta cercando di entrare in diretto contatto con la realtà territoriale attraverso la realizzazione di azioni di mediazione dei conflitti. L’obiettivo è quello di aprire uno spazio di ascolto, dialogo e confronto in cui il cittadino abbia la possibilità di diventare protagonista. A tal fine è stato attivato degli specifici numeri di telefono a cui segnalare situazioni di disagio rispetto alla presenza della realtà prostituzionale nel proprio quartiere. I numeri a cui far riferimento sono: 049/8752638 (dalle 10.00 alle 18.00) e 345/3584338 (dalle 10.00 alle 22.00).
E questo sarà il futuro per quel che riguarda la questione sicurezza nel nostro territorio.

LETTERA SU "BIANCO E NERA"

Caro Federico, e per me anche don Federico,
sono una mamma, non più tanto giovane, e sono anche una catechista (parola che non mi piace, ma purtroppo usata..) della comunità dei frati cappuccini di Vicenza. Ho appena finito di leggere il tuo libro, molto bello, vivo, pulsante di vita, e voglio dirti grazie, un grazie dal cuore per tanti motivi: è un libro vero, con parole uscite dal cuore e non da concetti, ma per questo non istintivo, ma maturato, frutto di un lungo, sofferto eppur liberante dialogo interiore; ho ammirato il tuo coraggio non solo della tua scelta, ma particolarmente dell’analisi del tuo modo di relazionarsi con le persone, dal tuo cercare fino in fondo di essere te stesso, e di vivere il vangelo in verità; e ho imparato tante cose….Mi ha colpito molto anche il racconto della tua maturazione per imparare ad “accogliere” la diversità, perché non ti sei fermato alla superficie ma hai scavato dentro alle nostre paure e ai nostri sensi di superiorità; anche per questo te ne sono grata….
Non entro in merito alle posizioni della Chiesa, perché so che sarei molto più polemica di te; ti trascrivo invece le parole di Giovanni Vannucci , un frate Servo di Maria che quasi trenta e più anni fa scriveva:
“La distinzione fra ateo e credente non è una distinzione di linguaggio, ma di essenza, cioè l’uomo avido di potere, anche se è religioso, anche se è Papa, è ateo, perché desidera qualcosa che è fuori dell’onda di Dio. L’uomo desideroso di successo, di affermazione di se stesso, di ricchezza, che cerca di strutturare il suo Ordine come una potenza terrena, o che cerca di rendere la Chiesa una potenza che ha la dialettica e la politica propria degli altri stati, quest’uomo non è religioso, perché cerca il potere e chi cerca il potere, proprio strutturalmente, ontologicamente, è ateo; mentre chi cerca di servire, chi ama l’uomo e si impegna a dare all’uomo la possibilità di crescere nella verità, nella conoscenza e nella libertà, costui, anche se dice di essere ateo, ontologicamente è credente.”
Ecco io mi considero atea di fronte alla nostra Chiesa, perché credo in un Dio che è amore senza etichette o ruoli.
Caro Federico, con questo libro mi hai donato tante cose importanti e profonde, non da ultimo l’immagine dell’essenza pura di un amore fra un uomo e una donna, il sogno di Dio.
Concludo con il mio augurio più sincero, con la mia preghiera perché tu possa continuare la tua strada camminando sempre il sentiero della verità, con te stesso e con gli altri, e dell’amore.
A te e a tutta la tua meravigliosa famiglia un abbraccio di bene profondo e la benedizione di pace profonda.
Anna