domenica 5 settembre 2010

Dopo un funerale

Ieri ho partecipato ad un funerale di un familiare.
Il linguaggio della liturgia era vecchio, lontano dalla gente. Il momento più vivo e partecipato è stato quello degli interventi spontanei. Il figlio del defunto, i colleghi di lavoro, gli amici... hanno espresso in modo semplice, appassionato, concreto... la loro sofferenza, rabbia, speranza. L'eucarestia, il ringraziamento... l'ho respirato proprio in questo momento. Non nelle formule arcaiche di un messale preconfezionato. Il rito è importante, deve restare. Ma occorre dare spazio al sentire popolare, reale. Creare partecipazione, democrazia anche all'interno della chiesa. Il prete è semmai un coordinatore delle espressioni della gente, non il ripetitore di uno scherma prefissato, lontano dalla gente appunto. Raccontare la favoletta a lieto fine per assopire gli animi non sempre funziona. Mi sono riscoperto pensante, libero, in ricerca, onesto... E' questa la bellezza di un cristianesimo adulto, centrato nel cuore del messaggio.
Ma il rito ci vuole, non per abitudine, per sola tradizione, per apparenza. Ci vuole perchè naturale, insito cioè nella natura dell'uomo.
Solamente una cosa manca: maggiore spazio ai sentimenti e alle relazioni, all'incontro e al racconto.

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