lunedì 12 gennaio 2009

LE PAROLE SEPOLTE DI UN CONTINENTE SCONOSCIUTO



di Pedro Miguel
Angolano, filosofo e antropologo, docente presso l’Università degli Studi di Bari

Quando i conquistatori sono giunti per la prima volta nel continente africano, l’Africa era già in piedi: mangiava, parlava, aveva la propria cultura. Un aspetto della sua cultura era il culto della parola. Ma appena giunti, i navigatori, gli scopritori, i conquistatori, pensando che la loro cultura fosse l’unica cultura degna di questo nome, cominciarono a distruggere la cultura africana per imporre la loro. Così facendo, sacrificarono anche le parole africane, che vennero sepolte. Ma l’africano non si rassegnò alla perdita delle sue parole e negli anni ’60 cominciò a manifestare apertamente il proprio dissenso, a reagire contro la soppressione delle sue parole. I capi africani cominciarono nuovamente a parlare: Hailé Selassié, Kwame Nkrumah, Léopold Sedar Senghor, Agostino Neto, Amilcar Cabral. Questi autori cominciarono a protestare finché finalmente giunsero le sospirate indipendenze. Essi credevano che con l’indipendenza politica le parole africani avrebbero ripreso vita e forza, ma dovettero ben presto ricredersi. Al tempo della lotta per l’indipendenza i capi propugnavano i valori tradizionali africani: ospitalità, rispetto della parola, rispetto dell’anziano, del bambino, solidarietà, condivisione. Il popolo condivideva i loro discorsi, li applaudiva, li seguiva. Ma. una volta raggiunta l’indipendenza, molti capi africani cambiarono discorso. Accantonarono i valori tradizionali africani e assunsero i valori del mondo occidentale, non quelli positivi, ma quelli della minoranza occidentale corrotta: individualismo, egoismo, corruzione, mancanza di condivisione, ecc.
Così oggi la parola dei miti, la saggezza ancestrale, i proverbi, i racconti rischiano di essere nuovamente sepolti, con l’aggravante della connivenza degli africani. L’Africa perde le sue parole con la connivenza degli stessi africani.
Che fare allora? Bisogna fecondare un terreno nel quale le parole africane possano svilupparsi e crescere. Questo terreno può essere solo quello che ha sempre caratterizzato il popolo africano: la democrazia universale. Sembra decisamente fuori luogo parlare di democrazia in Africa, ma così non è e voglio brevemente illustrare quest’aspetto.
La democrazia è il valore che è stato maggiormente sottolineato anche in Occidente nel corso del XX secolo, che ha visto la nascita e la morte del fascismo, del nazismo, lo scoppio di due guerre mondiali, il crollo dell’ideologia sovietica. Uno dei principali eventi dell’Europa del XX secolo è stato certamente quello della ripresa e del consolidamento della democrazia.
Non è certamente facile parlare di democrazia nel contesto africano e soprattutto di questi tempi. Anzitutto, perché si potrebbe obiettare che la democrazia è un concetto occidentale e che è in qualche modo una sorta di imposizione in Africa. In secondo luogo, perché si dubita della possibilità di instaurare la democrazia in paesi poveri. Prima di rispondere a queste due obiezioni, indico brevemente ciò che io intendo per democrazia. Nel volume Democrazia degli altri, Amartya Sen, premio Nobel per l’economia (1998), così definisce la democrazia: «La democrazia è la partecipazione popolare alle discussioni dei problemi di governo». Perciò, la democrazia non è solo il governo della maggioranza. Non si può ridurre la democrazia unicamente alle votazioni pubbliche, perché le votazioni possono essere truccate, le informazioni diffuse sbagliate. In base alla definizione di Amartya Sen, la democrazia esiste in tutti i tempi, presso tutti i popoli. In Europa la democrazia è nata nell’antica Grecia e poi è stata spazzata via dal dispotismo. In America è stata introdotta con la Rivoluzione americana del 1776 e con la successiva Costituzione americana. In Europa è stata brevemente ripristinata con la Rivoluzione francese e con la relativa Costituzione del 1791. In India, nel XVI secolo, il grande imperatore Moghul proclamava la democrazia e favoriva il dialogo fra le religioni, quando a Roma si bruciava Giordano Bruno nel Campo dei fiori. Nel XII secolo, il filosofo ebreo Maimonide, costretto a scappare da un’Europa intollerante, venne accolto dal mondo arabo allora certamente più democratico e tollerante. Nel mondo africano esistono vari esempi di democrazia. Nella sua autobiografia, Il lungo cammino verso la libertà, parlando del suo villaggio, Nelson Mandela scrive: «Ognuno aveva la facoltà di parlare; il bambino ascoltava questi discorsi. Era la democrazia nella forma più pura. Poteva esservi una gerarchia di importanza fra gli oratori, ma tutti venivano ascoltati». Quindi democrazia come partecipazione popolare alle discussioni che riguardano il governo di un villaggio, di una famiglia, di un paese. Fortes e Pritchard nel volume African Political Systems affermano che le strutture dello stato africano presuppongono che re e capi governino in base al consenso. Parlando delle riunioni dei villaggi in Sierra Leone, mons, Biguzzi afferma che in quelle riunioni si disseppelliscono le parole che sono state sepolte anche con la convivenza degli africani. Ora quelle riunioni non dovrebbero coinvolgere solo gli africani, ma anche il mondo occidentale. Forse ricorderete il mito greco nel quale si parla di un re che aveva abituato i suoi cavalli a mangiare carne umana. Ogni volta che in città giungevano stranieri e immigrati, il re li arrestava e li dava in pasto ai suoi cavalli. Ma, venuti a meno gli stranieri e gli immigrati, i cavalli, ormai abituati a mangiare carne umana, cominciarono a mangiare i membri della corte, i famigliari del re e infine lui stesso. Ciò significa che non esiste un mondo indipendente da un altro. Siamo tutti nella stessa barca e tutti direttamente coinvolti, come ha dimostrato ancora una volta lo tsunami, che non ha ingoiato solo abitanti del Terzo Mondo, ma anche abitanti del Primo Mondo che erano andati a godersi le spiagge del Terzo Mondo. Il dilemma non è fra tradizione e passato, progresso e futuro, ma fra indipendenza-autonomia e dipendenza-omologazione. Ritornare alle proprie radici non significa contemplare e magnificare il passato, ma ritornare alla vita. Le radici di una pianta non sono il suo passato ma sono la sua vita. Lo spazio di democrazia che è sempre esistito in tutte le culture e in tutti i tempi è lo spazio nel quale circolano i problemi della famiglia, del villaggio. Occorre ricuperare questi spazi per poter disseppellire le parole sepolte dal mutismo delle culture che non hanno voluto ascoltare altre culture.

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