domenica 20 settembre 2009

OGGI FINISCE IL RAMADAN



(nella foto: moschea di Ngambè-Tikar, Camerun)

Questa sera finisce il Ramadan, il mese sacro per i musulmani: quando sorge il primo spicchio della luna nuova del decimo mese, inizia la festa della rottura chiamata “Eid al-Fitr”. Secondo i dati dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa, in Italia vivono un milione e 200 mila musulmani, l’1,7 per cento della popolazione nazionale. Non tutti però avranno osservato rigorosamente la pratica del digiuno dalle bevande e dal cibo durante il giorno, così come ha prescritto Maometto. Sarebbe interessante capire i motivi di tale disobbedienza all'interno della religione “fondamentalista” per eccellenza, pregiudizio che purtroppo trova ancora una conferma nella tragica vicenda di Pordenone. Ho chiesto a Fabio, operatore alle cucine popolari di Padova, che in questo mese ha notato la presenza di qualche musulmano durante i pasti, di raccontarmi le reazioni degli ospiti alla domanda, provocatoria ma non inquisitoria: “Perchè tu non fai Ramadan?” Un giovane africano, operaio metalmeccanico, con una famiglia da mantenere in Senegal, gli spiegava: “Se devo lavorare otto ore, non posso arrivare in fabbrica senza forze e particolarmente nervoso”. Un ragazzo tunisino risolve il problema in una battuta: “Sono credente, ma non praticante!” Un algerino invece, senza vergogna, ammette che: “Vivendo sulla strada, sono già fuori dalla retta via!”
Come potremmo interpretare questa disobbedienza alla legge islamica? Come un processo di integrazione nel nostro ateo-devoto mondo occidentale? O come un tentativo di interpretare il Corano alla luce della realtà attuale nella quale si vive?
Occorre prendere coscienza del fatto che il Corano, così come la Bibbia, e tutti i libri sacri, non possono essere considerati come “Parola di Dio” o dettata da Dio, ma come parole di uomini, senza dubbio “ispirati”, che parlano di Dio. La rivelazione non è il testo, non sono le parole, non è un libro. É piuttosto il processo, l'esperienza religiosa di un popolo, che alla fine si è materializzata in una espressione scritta. Quando però non si accettano le mediazioni degli uomini “finiti”, della cultura particolare, della storia contingente, si cade necessariamente nel fondamentalismo. Allora i credenti possono assumere comportamenti ipocriti e asettici, quando osservano fedelmente leggi del passato e nello stesso tempo trascurano gli impegni e le responsabilità del presente. Forse quel giovane senegalese, che ha rotto il digiuno non per pigrizia ma per necessità, attraversando i giudizi e sensi di colpa, ha capito che la religione è per il bene dell'uomo e non viceversa. “Non è l'uomo per il sabato, ma il sabato per l'uomo” direbbe Gesù. E quel padre marocchino che ha ucciso la figlia, perchè innamorata di un italiano, come ha potuto credere di compiere un gesto gradito ad Allah e ammirabile dagli altri musulmani? Finiti gli effetti destabilizzanti del digiuno, non credo avrà nè la voglia nè la possibilità di celebrare lo “Eid al-Fitr”, la festa per la fine del Ramadan.

Federico Bollettin


(tratto da "Il Mattino di Padova" del 19.09.2009)



Un estratto dal libro "Islam in focus" di Abu l-'Ala al-Maududi

IL DIGIUNO (SAWM) Un'altra caratteristica dell’Islam, caratteristica spirituale ed etica unica, è l’istituzione del Digiuno. Definito alla lettera, il digiuno significa l’astensione completa da cibi, bevande, rapporti intimi e fumo, dal momento che precede lo spuntare dell'alba fino al tramonto, per l’intero mese di Ramadan, nono mese dell'anno islamico. Ma, se restringessimo il significato del Digiuno islamico a questo senso letterale, commetteremmo un triste errore. Quando l’IsLam introdusse questa impareggiabile prescrizione, esso piantò un albero in crescita perenne, un albero di infinita virtù e dai frutti difficilmente apprezzabili in tutto il loro valore.



Ecco una spiegazione del significato spirituale del Digiuno islamico:

1. Esso insegna all’uomo il principio dell’amore sincero, perché, allorché osserva il digiuno, lo fa per profondo amore di DIO. E l’uomo che ama DIO d’amore sincero è un uomo che sa davvero che cosa sia l’amore.


2. Esso dà all’uomo un creativo senso di Speranza e una considerazione serena della vita, perché, allorché digiuna, egli spera di compiacere DIO e cerca la Sua Grazia.


3. Esso instilla nell’uomo una genuina virtù di devozione efficace, onesta consacrazione e vicinanza a DIO, perché, quando digiuna, l’uomo lo fa per DIO e per la Sua Causa, non per altro.


4. Esso coltiva nell'uomo una coscienza integra e vigile, perché la persona che digiuna osserva il digiuno sia in privato sia in pubblico. Nel digiuno, in particolare, non c'è autorità umana che possa controllare il comportamento dell'uomo o lo costringa a osservare tale pratica. L’uomo osserva il digiuno per compiacere DIO e soddisfare la propria coscienza mantenendosi fedele a DIO in privato e in pubblico. Non esiste modo migliore per coltivare nell'uomo una coscienza integra.


5. Esso istruisce l'uomo nella pazienza e nel trascendimento di sé; infatti, quando digiuna, l’uomo avverte il dolore della privazione, ma lo sopporta pazientemente. Tale privazione, in realtà, è salo temporanea, ma non c'è dubbio che l'esperienza fa comprendere al digiunante quali siano gli effetti provocati negli altri uomini da quelle medesime privazioni, allorché si tratta di privazioni che riguardano beni essenziali e durano giorni o settimane o addirittura mesi. I1 significato di tale esperienza, sotto il profilo umano e comunitario, è che il digiunante sarà molto più sollecito di chiunque altro nel provare solidarietà per i suoi simili e rispondere alle loro necessità. E questa è un’eloquente espressione di abnegazione e di genuina solidarietà.

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